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La carità è un atto di giustizia

Va’ a anche tu fa’ così. la lettera pastorale del vescovo di Alba, Marco Brunetti

E’ la seconda Lettera pastorale di monsignor Marco Brunetti, vescovo di Alba. Dopo Gesù cammina con noi, pubblicata al secondo anno del suo mandato nella diocesi albese, ecco ora “Va’ e anche tu fa’ così”, firmata il 10 agosto scorso, solennità di san Lorenzo, diacono e martire, nonché patrono della città. La presentazione ufficiale a tutte le componenti ecclesiali diocesane avverrà venerdì 20 settembre, alle ore 18.00, nella Casa diocesana di Altavilla, con una lettura sociologica, biblica e pastorale-operativa di Piero Reggio, don Pierluigi Voghera, Anna Zumbo e don Mariano Merotta, introdotti dallo stesso monsignor Brunetti. 

“Va’ e anche tu fa’ così” sono le parole che Gesù pronuncia alla fine della parabola del buon Samaritano, presa a icona di questa seconda Lettera pastorale, incentrata tutta sul tema della “carità”. “La carità quella vera, autentica, evangelica”, tiene a precisare il vescovo nell’introduzione, “e non quella fatta con la semplice elemosina o un gesto di primo soccorso sociale che sovente fanno confondere la Chiesa con una Ong, come più volte ci ha ricordato proprio papa Francesco”. E a maggiore chiarezza, monsignor Brunetti fa precedere il suo testo dal bellissimo Inno alla carità di san Paolo, nella prima Lettera ai Corinzi 13, 1-13.

La carità interpella tutti, indistintamente. E’ nel Dna di ogni cristiano. Non è qualcosa che possa essere delegata – come spesso, purtroppo, accade – a qualcuno, a un ufficio apposito, alla stessa Caritas o a esperti in problemi sociali. Nella testimonianza quotidiana e concreta della carità, i cristiani si giocano la propria credibilità. E’ questo lo stile di vita che li caratterizza, sopra ogni cosa. Come, d’altronde, Gesù stesso richiede: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).

Tre le parti in cui è suddivisa la Lettera pastorale. Si parte con un’approfondita analisi della società in cui siamo immersi. Una “società liquida”, per usare l’espressione del noto filosofo polacco Zygmunt Bauman, segnata dal relativismo etico, dall’individualismo e da quella “cultura dello scarto”, da cui spesso ci mette in guardia papa Francesco, denunciando gli “idoli” della finanza e del profitto, cui tutto è assoggettato, dignità umana inclusa. La “desertificazione antropologica” e l’assenza di valori sono ancor più gravi della stessa crisi economica che, in questi ultimi anni, ha pesantemente segnato la vita delle famiglie e delle nazioni. Una escalation globalizzata di povertà e nuove povertà (mancanza di reddito, disoccupazione, giovani senza futuro, immigrati in fuga dalla disperazione, disuguaglianze, ingiustizie sociali…), che non ha trovato risposta in una politica del tutto ignara del “bene comune”. 

Poveri e nuovi poveri interpellano la Chiesa. Come il buon Samaritano essa è chiamata non a una semplice opera di assistenza sociale, sia pure meritoria, ma a una carità che ha senso solo se legata alla salvezza e alla verità. “Chi si impegna nell’aiuto ai poveri”, scrive monsignor Brunetti, “deve sentirsi missionario, vale a dire un annunciatore di Cristo, non dell’uomo, pur occupandosi di cose molto umane. Senza di ciò la carità non è educazione alla fede che ci salva, sia in chi la pratica, sia in chi ne riceve i benefici”. 

Lo ricordava già Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in veritate: “Nell’attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l’adesione ai valori del cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale. Un cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali”.

I poveri e gli “ultimi”, per il Vangelo, sono “beati”. Non per la loro situazione di indigenza, che va combattuta e superata, incidendo sulle cause che l’originano, ma perché sono oggetto della predilezione e dell’amore di Dio. Al tal punto che, nella logica dell’“abbassamento” e della “spoliazione”, Dio stesso si identifica con gli ultimi della terra. O con quelli che noi consideriamo gli ultimi. E così Gesù, al momento del giudizio universale, può dire: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” Matteo 25, 37-40). Sì, direttamente a Gesù, perché il povero icona del Cristo. 

I poveri, come ricorda papa Francesco, hanno molto da insegnarci. Ci interpellano e ci scomodano. Mettono in crisi le nostre certezze, la nostra stessa fede e la fedeltà alla sequela del Signore. “Sono coloro che ci ricordano che tutti siamo poveri, anche quando non siamo disposti ad ammetterlo”. E, soprattutto, essi “non sono gli sfortunati da compatire, o gli infelici da beneficiare, buttando loro le briciole cadute dalle nostre mense, o gli sventurati, che nulla meritano, ma a cui la nostra grande bontà sa volgere lo sguardo con una solidarietà fatta solo di buoni sentimenti e piena di germi di inopportuna delega”. 

La condivisone dei beni con i poveri non è semplicemente una “opzione morale”, che migliora la nostra vita e ci mette la coscienza a posto. È’, invece, “un grande, profondo, forte, deciso atto di giustizia. Non tanto sociale – ma lo sarebbe di sicuro se fosse vissuto così – quanto vocazionale”. I poveri sono “il passaporto per il Paradiso”, ha detto Francesco, nel novembre 2017, in occasione della prima Giornata mondiale dei poveri.

Nella seconda parte della Lettera pastorale ci si sofferma, esplicitamente, sulla parabola del buon Samaritano, con una stimolante riflessione su che cosa vuol dire “prossimità” e “farsi prossimo”. Chi davvero nella parabola dell’evangelista Luca è il vero povero? Il malcapitato aggredito dai briganti mentre scendeva da Gerusalemme a Gerico o, piuttosto, il sacerdote, il levita, preoccupati soltanto dei loro affari religiosi? Tutti, senza eccezione, come il buon Samaritano (che era uno straniero, uno scomunicato), siamo chiamati a farci prossimo. “Non ci sono cristiani delegati a farsi prossimo mentre la più parte ne è esonerata”. 

Ci sarebbe da chiedersi: “Se fossimo stati noi, allora, su quella strada, che cosa avremmo fatto?”. Avremmo agito con un impegno diretto e coinvolgente oppure avremmo segnalato il caso ad altri, chiamandoli in soccorso? Allo stesso modo, anche oggi siamo interpellati su quanto capita con il soccorso in mare di migranti, sballottati per giorni dalle onde, a causa dei porti chiusi. “La responsabilità, umana e cristiana”, scrive monsignor Brunetti, “è rispondere di persona, direttamente, lasciandosi coinvolgere. Certo, servono punti di appoggio competenti e di alto profilo, ma questi non sono sostitutivi, non possono rispondere al posto nostro”.

E’ questo il cambiamento richiesto ai cristiani: passare dal “dare” al “farsi dono”. Non una semplice donazione o un trasferimento di beni, ma una prossimità dei cuori. “Se diventiamo dono, i nostri regali saranno accettati in maniera diversa, come strumenti di relazione e di verità. Altrimenti, rischieranno di essere utile beneficenza che contribuisce ma non aiuta, perché mantiene la distanza tra i soggetti coinvolti e non genera cambiamento in nessuno dei due”. Farsi prossimo, inoltre, deve essere un impegno corale della Chiesa. E interpellare, in maniera diretta, le comunità cristiane, per “rendere la fede operosa per mezzo della carità”. 

Farsi prossimo, infatti, è movimento della comunità. Il primo e più grande soggetto di prossimità è la comunità cristiana. Ma non come un semplice luogo dove si esercitano dei servizi, ma un luogo in cui si vive fraternità. “Non più un insieme più o meno organico di attività tra loro vagamente collegate ed esercitate da tanti soggetti in sé stessi autonomi, ma una grande presa in carico della vita delle persone attraverso la quale trasmettere il calore delle vicinanza di Dio”. 

Non è, questo, un “imperativo gestionale”, ma un “imperativo ecclesiologico”, per una visione di Chiesa come una comunione della fraternità. I “malcapitati” dei nostri giorni, come sono profughi e migranti, non hanno bisogno di un qualche Samaritano sparso qua e là.  “Non basta una rete efficiente di Ong: occorrono comunità che siano di sostegno concreto, che producano una cultura condivisa, che si aprano decidendo cosa lasciare di sé per arricchirsi di altro”. Le opere devono diventare un sentire della comunità, non semplicemente il “pallino” di un “don”. Ed essere, poi, inserite in un contesto del “fare insieme”, tenendo conto delle leggi statali e delle strutture organizzate, come il Terzo settore in Italia. Una vera prossimità con i poveri può dare ali alla vita, spesso rassegnata, di tante comunità cristiane.

Protagonista dell’ultima parte della Lettera pastorale è la Caritas italiana, istituita 1° luglio del 1971 dal cardinale Antonio Poma, arcivescovo di Bologna. E rilanciata dall’azione infaticabile di monsignor Giovanni Nervo, che la estese a ogni diocesi e parrocchia del territorio nazionale, con una funzione “prevalentemente pedagogica” ed educativa. Così da “attivare le comunità verso forme mature di prossimità, capaci di modificare anzitutto sé stesse, rendendole maggiormente luoghi di comunione e di condivisione”. In una logica che si può definire con lo slogan “far fare”. “L’obiettivo cui siamo chiamati a tendere”, scrive monsignor Brunetti, “è davvero superare la delega nei confronti della Caritas come di ogni altro gruppo o associazione di carità”.  Non si tratta di esautorare o delegittimare questi organismi, ma di “arrivare a modificare la modalità di essere delle nostre comunità in modo che il prendersi cura sia azione condivisa e sentita propria da tutti”.

Alla luce di queste premesse, la Lettera pastorale traccia alcune linee guida per un rinnovamento dell’azione stessa della Caritas. Che, anzitutto, deve essere strumento di “ascolto” e di osservazione”. “Senza ascolto non c’è relazione e senza relazione non c’è coinvolgimento”. Vanno rivisti non solo i “Centri di ascolto”, adeguandoli alle nuove necessità e alle situazioni odierne. Ma vanno anche creati nuove “occasioni di ascolto”, con la Caritas in funzione di “orecchio attento della comunità”. 

Un “ascolto in rete” delle tante necessità nel territorio. Per “trasformare quanto visto e ascoltato in azione educativa per la comunità”. Da qui un programma, con alcune indicazioni, per le parrocchie: “aprire gli occhi”;  uso di strumenti per una rilettura critica della realtà, alla luce del Vangelo, per non cadere in facili buonismi; confronto e dibattito costruttivo su temi forti, quali immigrazione e accoglienza; educazione alla prossimità, con esercizi di prossimità per singoli, famiglie, gruppi e comunità intera; acquisizione di formazione e competenze; massima trasparenza sui fondi e i beni usati, adempiendo agli obblighi di giustizia (“Non si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia”); rispetto della dignità delle persone; abbandono della semplice logica assistenzialista, agendo  sulle cause e non solo sugli effetti della povertà; impegno per il “bene comune”, con una presenza seria e argomentata nella politica, da vivere come “la forma più alta di carità”.

Molti gli spunti, teorici e pratici, nella Lettera pastorale “Va’ e anche tu fa’ così”. Essa, conclude monsignor Brunetti, sarà oggetto di un ampio e articolato dibattito in diocesi, con il coinvolgimento di tutti, i giovani in particolare. L’obiettivo è una seria e radicale riforma della Caritas diocesana e della Pastorale dei migranti. Sotto la protezione del santo martire Lorenzo, campione di carità cristiana, che considerava i poveri “il tesoro più prezioso della Chiesa”.