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«Il Festival? Mi dispiace che sia finito»

Festival di Berlino, intervista al Direttore della rassegna, il valdostano Carlo Chatrian

Questa intervista a Carlo Chatrian dopo la direzione del suo primo Festival di Berlino è stata fatta qualche giorno dopo la fine del festival.

Come ti senti? Sollevato? Soddisfatto?

Sollevato direi di no. Anzi un po’ mi dispiace che sia finito! Il festival è sempre un momento piacevole: incontrare i registi e seguire le reazioni del pubblico è sempre un’occasione molto bella. Certo è stato impegnativo. Impegnative sono soprattutto le prime edizioni: chi come me è appena arrivato deve trovare il proprio posto, capire il funzionamento del festival. Ogni sala e ogni sezione ha una sua propria dinamica e ci vuole tempo per comprendere a pieno. Sono però felice per come è andata, guardando però sempre al futuro. In questi giorni sto incontrando i responsabili di sezione per fare il punto con loro.

Se dovessi fare un primo anno di direzione cosa diresti?

Per un bilancio complessivo bisognerà aspettare ancora un po’. Per quel che riguarda le presenze abbiamo avuto cifre superiori fino a metà festival, calando un po’ calato verso la fine, penso per vari motivi, mantenendo però tutto sommato le stesse cifre dello scorso anno, dove comunque c’erano 60 film in più. Le reazioni della stampa sono state generalmente buone, in alcuni paesi migliori di altri, ma in linea generale sono andate piuttosto bene. A me interessa di più vedere come sono stati accolti i film dal pubblico, capire le reazioni dei cineasti. Saranno i prossimi mesi a raccontarci che decorso avranno i film selezionati.

C’è qualcosa che a freddo cambieresti e qualcos’altro che invece pensi sia andato molto bene?

A livello personale sono tante le cose che faresti in modo diverso, ma si tratta di piccoli dettagli, una presentazione, una parola. A livello di struttura mi sembra abbia funzionato tutto abbastanza bene, considerate le circostanze. Delle sale a Postdamer Platz non erano disponibili, abbiamo dovuto spostare delle proiezioni in un’altra sede, ma magari nel prossimo anno queste sale torneranno. Mi sembra dunque che a livello di struttura tutto abbia funzionato piuttosto bene. Nel programma avevamo delle attività legate alla celebrazione del 70° anniversario che sono andate molto bene, valuteremo se darvi seguito in un’altra formula o lasciarle andare e proseguire con le nostre sezioni. Diciamo che per capire bene com’è andata l’edizione mi ci vuole ancora tempo ma il bilancio è positivo e non mi porta a definire dei cambi di programma radicali.

Quale effetto ti ha fatto passare da dirigere Locarno a Berlino, un festival ideato e realizzato per i cittadini di una capitale europea?

È una bella sfida, anche perché il pubblico delle sale di Berlino lo conosco poco e non è un pubblico che normalmente frequenta i festival. La cosa che mi ha fatto piacere è stata vedere la passione che ha il pubblico in sala: per fare un esempio concreto a Berlino rispetto a Locarno il 90% del pubblico rimane per il dibattito, sceglie il singolo film e si vuole godere l’evento fino in fondo, mentre il pubblico festivaliero si muove da una sala all’altra. Inoltre il programma nell’insieme delle sue sezioni è stato pensato per rispondere a un pubblico che non per forza va a vedere sei film al giorno. Certo per una valutazione complessiva vorrei avere informazioni rispetto a quelle sale dove non sono mai stato. Le sale sono infatti una quarantina, davvero tante, sparpagliate un po’ in tutta la città.

Guardando ai vincitori, l’Orso d’oro di quest’anno è stato assegnato a un film politicamente molto impegnato. Il film dell’iraniano Mohammad Rasoulof «There is no evil” è un film impegnato ma anche esistenziale, con accenti autobiografici. Ovviamente è un opera politicamente forte sia per il paese da cui viene sia per lo status del regista (non gli è permesso filmare né viaggiare all’estero ndr). È un film che rispetto a quello che ha vinto l’anno scorso, di taglio più autoriale, sicuramente circolerà più nelle sale. E’ stato venduto in tutta Europa, e questo non può che fare bene al festival. Come sempre il vincitore rappresenta solo una parte del programma, dove c’erano anche film più intimisti come quello diHong Sang–Soo (premio alla miglior regia per <The woman who ran>) o ritratti più corali come il film dei fratelli D’Innocenzo (Orso d’argento per la sceneggiatura di «Favolacce”) con scelte linguistiche differenti. Sono molto contento per questo Orso d’oro, prima di tutto perché è veramente un film fatto in emergenza e con l’aiuto di una collettività, secondariamente perché è un bel film e infine perché come ho già detto penso che circolerà bene: in Italia è stato comprato e verrà distribuito nei prossimi mesi.

Ti chiedo anche un commento per i premi agli italiani, a cui la stampa nazionale ha dato ovviamente molto risalto.

Sono contento che i film italiani siano stati ben accolti e segnalati dalla giuria. È importante perché è un riconoscimento della loro qualità, certificata dal giudizio di una giuria internazionale. Sono due film diversi: Volevo nascondermi (di Giorgio Diritti, che ha fatto vincere a Elio Germano il premio come migliore attore) è un film di impianto più tradizionale, con una grossa prova d’attore che infatti è stata notata e con delle scelte di location e di cast molto forti, Favolacce dei fratelli d’Innocenzo è invece un film che cerca una strada diversa perché ha una narrazione più aperta, e sceglie un tono non abituale tra il grottesco e il surreale.

Una tua visione per il futuro del festival?

Non penso di apportare cambiamenti radicali; dobbiamo capire a livello di sale come si evolverà la situazione del festival. Nel 2022 ad esempio scadrà il contratto con il palazzo del cinema, e dunque dovremo capire se resteremo qui o ci trasferiremo. Per comprendere invece dove il festival vuole andare, penso che la strada in realtà sia già segnata: il periodo in cui si svolge Berlino non è ideale perché la maggior parte dei grossi film aspetta l’autunno per poi concorrere agli Oscar. Questo da un lato è uno svantaggio, mentre dall’altro lato dà grande libertà nell’includere nel programma principale della Berlinale sorprese. Penso che questa strada, questo spazio che si apre in questa prima parte dell’anno, vada percorsa.

Infine: come pensi di decomprimere dopo un periodo così intenso?

L’intenzione è quella di tornare in Valle d’Aosta a fare un po’ di camminate, staccare un po’, anche perché se sto qui a Berlino il festival mi rincorre.

pubblicato su Corriere della Valle