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UE: LAVORARE OGGI PER PREPARARE IL DOMANI

Procede il percorso per il salario minino dignitoso in Europa

A più riprese abbiamo provato a portare a conoscenza realtà europee di oggi, spesso positive, senza farci inghiottire da previsioni e paure del domani. E’ opportuno continuare a farlo in questa stagione di ansie e di comprensibili attese salvifiche nel futuro. Vale anche per l’Unione Europea alle prese da una parte con nuovi cantieri per costruire il futuro, ma anche attiva nei cantieri già aperti da tempo e che meritano di essere sviluppati. Come nel caso della politica sociale, un asse portante della vita dell’Unione chiamata a dare risposte ai suoi cittadini e, in particolare, ai lavoratori oggi in seria difficoltà, in coerenza con l’impegno preso dalle Istituzioni UE con l’adozione del “pilastro sociale” adottato nella scorsa legislatura.

Così sembra non aver trovato il meritato spazio nella cosiddetta “grande stampa” un’iniziativa della Commissione europea alla ricerca di un salario minimo “adeguato” nell’Unione. Non stupisce in materia la “distrazione” del giornale di Confindustria, quotidianamente sulle barricate con il suo nuovo  Presidente, spiace che poco spazio vi abbiano accordato altri organi di informazione, oggi troppo assorbiti dalle notizie sulla pandemia.

In materia di salari va detto subito che non esiste una competenza diretta dell’Unione Europea e che, anche a livello nazionale, la situazione è molto articolata tra le competenze del legislatore e i ruoli delle parti sociali cui spetta il compito della contrattazione. E tuttavia non sfugge a nessuno che il salario è una componente essenziale dell’economia europea, degli equilibri da assicurare nel mercato del lavoro e una leva essenziale per fare funzionare il mercato comunitario dove invece sono chiare le competenze dell’Unione.

E’ in questo quadro che va collocata l’iniziativa della Commissione a proposito di un salario minimo dignitoso in tutti i Paesi europei, puntando sullo strumento ambizioso – per il mondo dell’imprenditoria anche troppo – della “direttiva”, un dispositivo comunitario che genera progressivamente comportamenti vincolanti per i Paesi dell’UE.

Sulla materia si parte da una situazione molto differenziata in Europa, con  21 Paesi che hanno già regolato il salario minimo garantito per via legislativa, gli altri lo fanno per via contrattuale. Una situazione all’origine, tra l’altro, di divaricazioni enormi che vanno dai 1706 e 1680 euro mensili rispettivamente per i lavoratori in Irlanda e Olanda ai 311 euro in Bulgaria e ai 451 in Ungheria. Anche se queste differenze non corrispondono ai salari reali praticati e vanno rapportate ad altri indicatori come, tra gli altri, il costo della vita, la produttività e i livelli dei contributi sociali, resta il fatto di un’Unione anche a questo proposito poco unita e ci sarà molta strada da fare per garantire maggiore equità, contrastando la condizione di povertà per chi pure ha un lavoro (stimata attorno a una percentuale del 9,4%), scoraggiando delocalizzazioni delle imprese ed evitando una concorrenza sleale nel mercato del lavoro europeo.

Va dato atto alla Commissione europea, alla ricerca in questi di giorni di un rafforzamento delle risorse finanziarie per rispondere alla pandemia,  di continuare a esercitare il suo potere di iniziativa per stimolare convergenze nella società e nell’economia europea e, nello stesso tempo, a delineare i futuri scenari che si annunciano per il dopo-pandemia: il tema delle politiche sociali sarà prezioso per far convergere queste diverse piste di lavoro, meglio se con un forte ruolo da parte delle parti sociali.

Sarà in questa convergenza che i cittadini d’Europa potranno trovare una risposta alle loro attese, ricavandone uno stimolo per rilanciare il progetto di integrazione europea, oggi più necessario che mai.