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La pastorale dei koala

Fedeltà e creatività nel governo pastorale di una Chiesa sinodale

All’inizio dell’anno, prima che il nuovo Coronavirus occupasse drammaticamente tutti gli spazi informativi, una notizia suscitò particolare apprensione a livello planetario: gli incendi, estesi e indomabili, in Australia. Poco si salvò dalla devastazione provocata da fiamme incontrollabili; anche esseri umani e bestie, oltre a piante e case, furono colpiti dalla furia del fuoco. L’animale tipico di quella parte del mondo è il koala, che si presenta allo sguardo come un simpa-ico orsetto. Purtroppo, un numero elevato di questi marsupiali trovò la morte, anche a causa di una loro ferale reazione di fronte al pericolo. Nel tentativo di salvarsi, infatti, molti esemplari scelsero di rifugiarsi nel loro habitat abituale e comunemente sicuro, la cima degli alberi. Questa risposta, se normalmente rappresentava un’opzione azzeccata sfuggendo ai predatori, nella fattispecie diventava un suicidio, condannando a decesso sicuro.

Perché inizio questo contributo con un riferimento zoologico?

Mi pare che non di rado la pastorale assomigli sfortunatamente alla fine dei koala, incapaci di rispondere in modo nuovo a un problema nuovo. Anche le nostre prassi ecclesiali a volte offrono risposte ormai invecchiate, appropriate nelle epoche in cui sono sorte, ma ora superate, eppure ripetitivamente portate avanti. Nondimeno, papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013 afferma perentorio: «La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti a essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia».2

Questa urgenza si avverte anche a proposito del ministero ordinato, che viene esercitato a servizio del popolo di Dio per suscitare, promuovere e coordinare i doni dello Spirito che in esso sono presenti.«Compito fondamentale d i chi ha ricevuto il carisma del governo pastorale è proprio quello di armonizzare i carismi e fare in modo che operino per la comune edificazione del corpo di Cristo».3

Ecco perché riflettere sul governo pastorale implica necessariamente cimentarsi con le sfide dell’azione pastorale, che coinvolge non solo i ministri ordinati ma anche le religiose, le famiglie, gli operatori

pastorali, i catechisti, gli animatori. Tutti noi stiamo attraversando una fase delicata per la salute, la società, l’economia: anche i pastori della Chiesa s’interrogano su come annunciare il vangelo a comunità provate dai lunghi mesi di emergenza sanitaria. È indispensabile individuare i settori strategici per potenziarli e rinnovarli alla luce del vangelo, che ha sempre qualcosa da dire ai credenti, anche nelle situazioni più buie. Quattro appaiono le aree decisive per la pastorale di oggi: la progettazione dei bisogni delle comunità, la gestione delle sempre più scarse risorse economiche, la cura delle relazioni, la comunicazione come modo d’esserci. In un’epoca in cui, come autorevolmente e recentemente rilevato dal CENSIS, è in auge «il mito dell’uomo forte al comando»,4 occorre vigilare sul ministero ordinato affinché non prenda piede la tentazione di impossessarsene, dal momento che esso è costitutivamente un dono a servizio della comunità ecclesiale nelle sue varie articolazioni. Non è più (se mai lo è stato) accettabile che un vescovo o un parroco pretenda che tutto quello che gli passa per la testa venga automaticamente riconosciuto come volontà di Dio, semplicemente in virtù del fatto di avere ricevuto il sacramento dell’ordine. Occorre partire da una seria e approfondita consultazione di tutte le persone e le realtà coinvolte, che si traduca in dibattito e approfondimento de temi trattati. Una volta delineate strade possibili occorre elaborare indicazioni e procedure per renderle davvero percorribili e dare quindi concreta attenzione a quanto deciso, individuando persone, tempi e modalità attuative. Non deve infine mancare la fase di verifica per accertare la congruità delle scelte con la parola di Dio, scritta, trasmessa e vissuta intensamente a livello spirituale, il cammino della Chiesa universale l’esistenza concreta delle persone, la complessità della realtà. Il compito – _munus e potestas in termini tecnici – di guida nel popolo di Dio non potrà mai trasformare un vescovo o un parroco in un manager. La fisionomia sacerdotale si delinea dinamicamente in qualità apparentemente opposte ma in realtà complementari: lungimiranza del leader, scaltrezza dell’amministratore, coraggio del guerriero, svuotamento del martire. In fondo esiste un’irriducibile tensione tra la leadership del manager e quella del cristiano, centrata sul concetto di controllo che sta a base della prima: controllo della produzione, della qualità, dei risultati, etc. Gesù morente in croce esclama invece: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). In molte edizioni del corso formativo organizzato ogni anno in Vaticano per i nuovi vescovi, il gesuita Anthony D’Souza ha spiegato nella medesima linea che la leadership in senso cristiano è una sfida che richiede di passare dal modello comando-controllo a quello servizio-supporto.5

Del resto, anche l’imprenditore Massimo Mercati rileva che il criterio del manager contemporaneo dev’essere «costruire contesti e monitorare processi »6 e che la sua principale virtù, la sollecitudine, va tradotta in uno stile per cui «comandare significa […] soprattutto prendersi cu-ra degli altri in funzione di un fine comune».7

A maggior ragione così dev’essere nella comunità cristiana per coloro che sono ripresentazione sacramentale di chi «non è venuto per essere servito, ma per servire» (Mt 20,28). Ciò deve avvenire soprattutto in un contesto di fragilità, come quello delineatosi nella dolorosa esperienza della pandemia: è importante per le persone senti-re comunque la prossimità spirituale dei propri pastori, anch’essi segnati dalla vulnerabilità e chiama-ti ancor di più a condividere le lacrime del popolo di Dio, che sono anche le loro. Per realizzare con creatività questo modello sacerdotale occorre sicuramente anche una buona do-se di coraggio, come spiegò Benedetto XVI nel 2013 agli ultimi prelati da lui ordinati: «L’agnosticismo oggi largamente imperante ha i suoi dogmi ed è estremamente intollerante nei confronti di tutto ciò che lo mette in questione e mette in questione i suoi criteri. Per-ciò, il coraggio di contraddire gli orientamenti dominanti è oggi particolarmente pressante per un ve-scovo. Egli dev’essere valoroso. E tale valore o fortezza non consiste nel colpire con violenza, nell’aggressività, ma nel lasciarsi colpi-re e nel tenere testa ai criteri delle opinioni dominanti. Il coraggio di restare fermamente con la verità è inevitabilmente richiesto a coloro che il Signore manda come agnelli in mezzo ai lupi».8

Si tratta non di bandire anacronistiche crociate ma di aggiornare lo slancio, i toni e le modalità dell’annuncio in rinnovate forme di governo pastorale. Molte circoscrizioni ecclesiastiche stanno seriamente provando a rinnovare le prassi pastorali: ad esempio, da nord a sud si sperimentano nuove forme di presenza sacerdotale sul territorio, che contemplano anche una seria formazione laicale.9

La recente istruzione La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice del-la Chiesa, emanata dalla Congregazione per il clero, sottolinea con forza che le diversificate scelte por-tate avanti nelle diocesi devono an-dare nella direzione di una sinfonica innovazione: l’armonia dev’esse-re a livello universale (cioè in comunione con la Chiesa universale e con il magistero) e contemporaneamente interna, cioè frutto di decisioni prese dopo un discernimento comunitario che non isoli i ministri ordinati ma li renda pro-motori di unità nella valorizzazione dei doni che lo Spirito elargisce a tutti. Va quindi instaurato sempre più un metodo sinodale, inteso non come forma estrinseca e transitoria bensì come carattere permanente della Chiesa che ascolta la voce dello Spirito. In effetti il ministero non può essere compreso in assenza del carisma o addirittura in opposizione a esso, essendo entrambi suscitati dal medesimo Spirito. Ovviamente non si può prescindere dalla constatazione, presente ad esempio nelle lettere paoline, che spesso la sinodalità non è un punto di partenza ma d’arrivo generato dallo Spirito, che si traduce in compattezza e unità armonica delle par-ti che formano il corpo di Cristo.10

Se la sinodalità è generata dallo Spirito, allora tutto l’impegno di evangelizzazione sarà inutile senza attingere alla sorgente, che è la pre-ghiera, grazie alla quale il contenuto, anzi il protagonista, dell’annuncio, fa scorrere nella Chiesa la vita divina. Per questo papa Francesco ricorda che «il primo compito di un vescovo è pregare. [_…]quando un vescovo fa l’esame di coscienza alla sera deve domandarsi: quante ore oggi ho pregato?».11

La domanda evidentemente se la deve porre ogni operatore dell’apostolato, cioè in pratica, in forza del battesimo, ogni cristiano, pena il rischiare di fare come degli avventati vigili del fuoco che, con l’ottima intenzione di fare presto a domare un incendio, arrivino sul posto constatando sgomenti di non aver rifornito d’acqua l’autobotte.12 Questo afflato spirituale e sinodale permette d’impostare un’azione ecclesiale che conduca a «vivere in maniera missionaria anche le attività della pastorale ordinaria».13 Con un ragionamento formulato specificamente per la comunità parrocchiale ma che a fortiori vale per quella diocesana, è giusto affermare che «la mera ripetizione di attività senza incidenza nella vita delle persone concrete, rimane uno sterile tentativo di sopravvivenza, spesso accolto dall’indifferenza generale. Se non vive del dinamismo spirituale proprio dell’evangelizzazione, la parrocchia corre il rischio di divenire, autoreferenziale e di sclerotizzarsi, proponendo esperienze ormai prive di sapore evangelico e di mordente missionario, magari destinate solo a piccoli gruppi».14

Per non fare la sfortunata fine dei koala, bisogna che tutti i membri della comunità cristiana, e i pastori in particolare, riflettano sulle sfide che il tempo presente pone, non riproponendo risposte stereotipate ma lasciando spazio, anche nella pastorale, a «ricette » nuove, senza che la nostra generazione commetta l’errore di reputarsi la più furba tra quelle che si sono susseguite nei secoli. Fedeltà e creatività sono i due aspetti che non possono oggi mancare nelle comunità cristiane.

Fabrizio Casazza, direttore dell’Issr, vicedirettore La voce Alessandrina

Articolo pubblicato su <Orientamenti Pastorali>

Le note.

1 Cf. S. Alloa, «Nella clinica che salva i koala dai roghi», in La Stampa, 15 gennaio 2020, 10

2 Francesco, esortazione apostolica «Evangelii gaudium», 24 novembre 2013, n. 33, in Acta apostolicae sedis, 105(2013)12, 1034. 3 R. Cantalamessa, Pastori e pescatori. Esercizi spirituali per vescovi, sacerdoti e religiosi, Ancora, Milano 2020, 121. 4 Censis, 53° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2019, Franco Angeli, Mi-lano 2019, 24.

5 Cf. A.A. D’Souza, «Il vescovo deve avere una leadership forte e guidare con saggezza, rettitudine e coraggio», in Congregazione per i vescovi, Duc in altum. Pellegrinaggio alla tomba di san Pietro. Incontro di riflessione. Roma, 15-23 settembre 2008, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2008, 293.

6 M. Mercati, L’impresa come sistema vivente. Una nuova visione per creare valore e proteggere il futuro, Aboca, Sansepol-cro 2020, 52.

7 Ib., 648 Benedetto XVI, «Omelia durante la santa messa nella solennità dell’Epifania del Signore», 6 gennaio 2013, in Id., Insegnamenti, IX, Libreria Editrice Vaticana 2013, 26. 9 Per alcuni esempi mi permetto di rinviare a F. Casazza, _Le sfide del governo pastorale. In ascolto dei vescovi italiani (Ispirazioni, 10) Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2020,237-261.

10 Cf. A. Pitta, «Quale sinodalità per le comunità paoline?», in D. Righi, (a cu-ra di), «Quelli della via». Indagini sulla si-nodalità nella Chiesa (Biblioteca di teolo-gia dell’evangelizzazione, 14) EDB, Bo-logna 2020, 175-185. 11 Francesco, «Omelia durante la Messa nel centenario della nascita di san Giovanni Paolo II», 18 maggio 2020, in L’Osservatore Romano, 18-19 maggio 2020. 12 L’esempio è riportato in R. Cantalamessa, o.c., 26-27. 13 Francesco, Senza di Lui non possiamo far nulla. Essere missionari oggi nel mondo. Una conversazione con Gianni Va-lente, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2020, 66.