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Beppe del Colle: un grande giornalista che viveva per le parole che scriveva

Il ricordo della giornalista e scrittrice Mariapia Bonanate, amica e collega

Il nome di Beppe Del Colle rimarrà per sempre legato al Nostro Tempo,  il settimanale di cultura fondato da mons. Carlo Chiavazza nel 1946 da alcuni anni trasformato ne <La Voce e il Tempo>.   Traspare con chiarezza dal ricordo  di Mariapia Bonanate, giornalista e scrittrice,  sua amica e collega, con cui ha intrecciato per lunghi anni il lavoro nel settimanale.  

Del Colle diventa giornalista  dal 1956, al  «Popolo Nuovo», quotidiano piemontese della Democrazia cristiana,  ma è al Nostro Tempo sotto la guida di don Carlo che muove i primi passi della professione. Poi passa  alla <Gazzetta del Popolo>, dove è rimasto fino al 1961, quando è entrato a «Stampa Sera».  Nel 1970  viene assunto come capo redattore a «Famiglia Cristiana», viene promosso a   vicedirettore nel 1982 e  vi rimane fino alla pensione nel 1990. Fra il 1982 e il 2002 collabora assiduamente ad <Avvenire> come opinionista soprattutto in politica estera. Nel 1988 ha pubblicato per le Edizioni Paoline il libro <Olga e Gorbaciov>, vincitore del Premio Anghiari Storia. Dal 1990 al 2014 ha diretto Il Nostro Tempo.  E’ morto nella notte del 10 dicembre all’età di 89 anni.

Mariapia Bonanate chi era Beppe Del Colle?

Beppe  era l’allievo più vicino a don Carlo, già nella sua giovinezza si era distinto per la grande professionalità,  anche quando è stato assunto al Popolo Nuovo,  il Nostro Tempo è  rimasto per lui un punto di riferimento,  era il contesto in cui  aveva imparato a fare un giornalismo che pensa totalmente alle persone, ai fatti. Aveva una grande capacità di raccogliere le notizie e di coglierne l’essenza. E poi possedeva la rapidità nel saperle trasferire sulla carta. Nei confronti del Nostro Tempo ha sempre mantenuto un attaccamento, come un tornare al maestro che era don Carlo. Don Chiavazza sapeva che poteva contare su di lui, sempre . Nei momenti più cruciali del giornale, quando don Carlo è stato male, Del Colle ci è rimasto molto vicino. E anche quando don Chiavazza è morto nel 1981 lui ha diretto il giornale a distanza, attraverso di me e gli altri giornalisti della redazione. Era un giornalista che viveva per le parole che scriveva, non erano parole di convenienza o di necessità,  ma facevano parte del suo linguaggio. Forse  su questo non è sempre stato compreso. Apparteneva ad una  generazione che aveva visto la guerra e aveva anche partecipato con i movimenti giovanili e studenteschi alla ricostruzione.

Da allievo a maetro. Del Colle ha diretto per lunghi anni il Nostro Tempo…

Nel  1990 quando è andato  in pensione da Famiglia Cristiana  ha preso questo giornale in mano con l’entusiasmo e la forza di un ragazzo. Aveva una dedizione totalizzante perché era quella casa che aveva aiutato a costruire appena diciannovenne con don Carlo. Aveva il  desiderio di non fare un giornale distaccato, ma come un evento che nasceva sempre in famiglia, è riuscito a fare un settimanale con la sua genialità e professionalità, ma anche con la sua umanità. Un giornale che continuava una tradizione di un’esperienza che voleva portare le buone notizie, nel rispetto dei fatti, e non manipolarli e che aveva anche un potente sottofondo culturale. Rimanevo incantata perché in poco tempo riusciva a impostare dei commenti politici profondi, era una specie di missione laica e quasi mistica.

Per anni siete stati direttore e condirettore del settimanale. Come si lavorava con lui al Nostro Tempo?

Con  il confronto e il dialogo, si discuteva e si progettava insieme.  Era un direttore che aveva autorevolezza e una sua autorità, anche  con alcuni  suoi lati particolari. Non è mai stato un direttore distaccato chiuso nella sua stanza. Si preoccupava di tutta la redazione e dei collaboratori anche della loro vita privata. Io avevo con lui un forte legame, quando ho iniziato a collaborare al Nostro Tempo ero molto giovane, lui aveva quasi dieci anni più di me, ma avevamo vissuto insieme  la Torino  vivace con tante iniziative culturali,  mi ricordo l’Aci, associazione culturale italiana,  con i suoi venerdì letterali a cui lui era molto legato. Ma soprattutto portava le numerose conoscenze  che aveva accumulato nei  tanti anni in cui era stato in prima linea da Stampa Sera a Famiglia Cristiana.

Del Colle può ancora essere un maestro per le nuove generazioni?

 Credo che dobbiamo ricordare giornalisti  come lui perché sono una generazione di maestri. Beppe  ha sempre ricercato la verità, l’ha sempre confrontata con i fatti. Era un uomo buono, un uomo giusto. Una persona che aveva una grande fede. Era timido, possedeva  una ritrosia ad esporsi che era tipica delle sue origini abruzzesi che io ritrovavo anche nello scrittore e saggista Mario Pomilio.  Questo tratto umano che aveva, e che forse in qualche momento lo ha penalizzato, è  invece una virtù che oggi, in un mondo dove tutti si esibiscono con quattro parole ormai logore,  ha un valore di insegnamento per tutti i giovani che desiderano avvicinarsi e prepararsi a questa professione.

Penso che sia importante  rileggere i suoi pezzi,  come anche il suo libro  di successo <Olga e Gorbaciov>.  E poi seguire il suo esempio di una vita e di  una professione vissute con dignità, riservatezza e  passione.