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Covid: unisce e separa in Europa

Nella sventura un’occasione preziosa per proseguire nel processo di integrazione europea e approdare un giorno, si spera non troppo lontano, a quell’Unione politica che fu già un sogno dei Padri fondatori

Non abbiamo ancora finito di capire tutte le conseguenze della pandemia che ha colpito il mondo. In Europa è in uno stato avanzato la ricerca sulle caratteristiche del virus e, più recentemente, sulle sue varianti, in particolare quella inglese dalla quale Brexit non ci protegge. 

E’ anche difficile capire quale sarà l’impatto sociale ed economico della pandemia per l’Unione Europea e, di conseguenza, quali ne saranno gli esiti politici non solo a livello europeo ma anche nazionale. E questa è già una prima prova che tutto si tiene e che siamo tutti sulla stessa barca, anche se c’è chi rema per conto suo come sta facendo, senza troppe sorprese, Viktor Orban in Ungheria, disinvolto con frontiere e vaccini.

Il Consiglio europeo di giovedì scorso ha ancora una volta confermato l’intreccio di tutte queste variabili, insieme con la difficoltà dei governi UE a trovare una linea comune per una risposta coordinata alla pandemia, visti anche i limiti angusti imposti dai Trattati a una politica comune in materia di sanità pubblica, rimasta una gelosa competenza nazionale.

Non stupisce tuttavia che il tema sia stato in parte affrontato a livello europeo, con particolare riferimento al principio della libera circolazione, uno dei fondamenti già del Trattato di Roma del 1957, tradotto progressivamente in importanti politiche comunitarie. Un’impresa che non è stata facile, in particolare per la libera circolazione delle persone, mentre più compiutamente si è proceduto con la libera circolazione delle merci e, successivamente, dei capitali nel 1990 e dei servizi nel 2006.

La pandemia sta mettendo a dura prova l’applicazione di questo principio e ancora una volta è la libera circolazione delle persone che rischia di farne le spese, per via della contagiosità del virus e della necessità di controllare i movimenti.

Il Consiglio europeo, appellandosi anche alla libera circolazione delle merci e alla necessità di un  buon funzionamento del mercato unico europeo, ha resistito alla pressione di quanti prospettavano una possibile chiusura delle frontiere, come la Germania, ricorrendo alla decisione di ridisegnare la mappa dei contagi con maggiore spazio alle zone rosse, in pratica con un doppio movimento: da una parte maggiori controlli e possibili chiusure delle frontiere esterne e, dall’altra, omogeneità di criteri “colorati” e rafforzati, fino al rosso cupo adottato all’interno dell’UE, con la raccomandazione di evitare i “viaggi non essenziali”.

E’ stata rinviata per ora la delicata questione del “passaporto vaccinale”, uno strumento sollecitato dalla Grecia a difesa del suo turismo, ma ostacolato dai Paesi nordici: sullo sfondo la prospettiva non del tutto esclusa, se necessario, di rendere il vaccino obbligatorio. Obbligo che però cozzerebbe con i limiti delle competenze comunitarie, un ostacolo superabile da un’intesa intergovernativa in attesa che, anche sul fronte delle responsabilità, si adeguino i poteri dell’Unione oggi largamente inadeguati rispetto alle sfide del momento.

Appare così chiaro come, nella straordinaria congiuntura attuale il Covid, ma non solo, riveli l’insufficienza di misure “ordinarie” e solleciti l’Unione Europea a rivedere i confini delle sue competenze per non ritornare vittima delle sue frontiere interne, dopo tanti sforzi per superarle. Nella sventura un’occasione preziosa per proseguire nel processo di integrazione europea e approdare un giorno, si spera non troppo lontano, a quell’Unione politica che fu già un sogno dei Padri fondatori.