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Traghettare l’Italia di ieri verso l’Europa di domani

Draghi è soprattutto motivo di speranza, quella di vedere l’Italia risollevarsi dalle sue crisi, come meritano la sua storia, le sue potenzialità economiche, la forza della sua industria manifatturiera e la sua capacità creativa, tornando così ad essere il Paese che della straordinaria avventura dell’integrazione europea fu tra i fondatori

Lasciamo da parte – anche perché non se ne può più – la retorica italiana su Draghi, detto Super-Mario. Si chiamava Mario anche il presidente Monti e sappiamo come andò a finire con il suo governo “tecnico”. A voler rischiare con i paragoni potrebbe funzionare meglio con Carlo Azeglio che di cognome faceva Ciampi, con un percorso più simile a Draghi e con un esito sicuramente migliore di quello di Monti.

Poiché però i paragoni possono essere fuorvianti, tenuto conto di congiunture politiche ed economiche non comparabili, meglio concentrarci sul profilo di Draghi, cittadino del mondo e dell’Europa atterrato nella provincia italiana, una palude politica dove si pratica lo sport del regolamento di conti. Come Conte sa, in un Paese che a forza di anti-politica ha sfiancato la politica, al punto che il Presidente Mattarella, con una decisione coraggiosa e quasi disperata, è stato costretto per salvare la politica a guardare fuori dal circo politico per dare una speranza all’Italia e tenerla il Europa.

Al di là del prestigioso curriculum personale di Draghi merita attenzione in modo particolare il suo profilo europeo, oltre che mondiale. Correva l’”anno di disgrazia” 2011: Monti scendeva a salvare l’Italia e Draghi saliva alla presidenza della Banca centrale europea, dove incrociò una fase particolarmente difficile della vita dell’Unione, alle prese con la crisi economica e con quella dei debiti sovrani. Per rispondervi rispettò i Trattati – come dovette rassegnarsi ad ammettere la puntigliosa Corte costituzionale tedesca – ma li mise in applicazione agli estremi limiti del consentito, spingendo contemporaneamente i poteri politici europei ad esercitare le loro responsabilità perché la politica monetaria, per quanto espansiva, da sola non poteva bastare. Alla fine a Bruxelles lo capirono e nacque nell’Unione il Recovery Fund, in attesa che la lezione venga capita anche nei Paesi UE.

Era tecnico questo suo atteggiamento o politico? Domanda retorica: Draghi esercitò una responsabilità politica con grande competenza tecnica, come proverà a disegnare un nuovo governo per l’Italia, qualunque ne sia la composizione.

Questo suo tentativo è guardato con interesse non esente da preoccupazioni nel resto dell’Unione Europea: perché il personaggio da una parte è autorevole e affidabile, dall’altra perché potrebbe essere anche ingombrante, in particolare per il duopolio franco-tedesco, abituato da sempre a stare  comodamente sulla plancia di comando dell’UE a impartire ordini agli altri.

Ma agli occhi dei nostri partner europei Draghi è soprattutto motivo di speranza, quella di vedere l’Italia risollevarsi dalle sue crisi, come meritano la sua storia, le sue potenzialità economiche, la forza della sua industria manifatturiera e la sua capacità creativa, tornando così ad essere il Paese che della straordinaria avventura dell’integrazione europea fu tra i fondatori. Un contributo non banale in una nuova stagione della storia in cui si ridisegnano nel mondo gli equilibri politici ed economici e all’indomani di una svolta americana che Draghi saprà capitalizzare, aiutando l’Unione a ritrovare un ruolo strategico dopo un lungo periodo di latenza, cogliendo anche l’occasione della  presidenza italiana del G20. 

Come dire che dall’Europa non solo riceviamo 209 miliardi di euro, ma anche che possiamo ricambiarli dando un contributo all’UE per rafforzarsi verso l’esterno e per essere rassicurata al proprio interno contro le aggressioni dei movimenti nazional-populisti. Sarà interessante vedere come reagiranno adesso gli euro-scettici nostrani, quelli di opposizione e quelli infiltrati nella maggioranza. Dicono che vogliono il bene del Paese e gli vogliamo credere. Speriamo anche che capiscano che il bene dell’Italia passa per quello dell’Europa e viceversa.