giovedì 17 Giugno 2021 - Santo del giorno:

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Digital detox

Negli ultimi giorni noi utenti di Whatsapp abbiamo ricevuto un messaggio particolare:

Whatsapp ha segnalato che dovevamo accettare nuovi termini per la condivisione di informazioni con Facebook, pena la cessazione del servizio.

O si mangia la minestra o si salta dalla finestra. Molti giornali hanno ripreso la notizia, e si è sollevata sui media una grande discussione; non pochi hanno deciso di non usare più Whatsapp e passare ad altri sistemi, tanto che Whatsapp ha fatto per ora marcia indietro.

Come stanno le cose? Abbiamo chiesto aiuto a uno dei soci Sloweb – Enrico Ferraris, avvocato esperto nella protezione dei dati personali. Questo è il sunto:

  1. Grazie alla legislazione Europea vigente, nulla cambia per gli europei. Molto cambia però per gli altri: i dati raccolti tramite Whatsapp sono passati al cugino Facebook, e gli servono per dare / imporre all’utente Fb pubblicità più personalizzata, cioè più efficace e mirata, che genera più profitti per Fb stesso.
  2. Dovremmo quindi preoccuparci? Se crediamo che la libertà si difenda con i muri e bastino le leggi, no. Se vogliamo proteggere noi proteggendo anche i miliardi di persone che oggi non sono protette, e i nostri diritti, si, e subito.
  3. Dal 2014 Whatsapp e Facebook sono entrambi – con Instagram – di proprietà di Zuckerberg; mentre nel 2014 lui si era impegnato a mantenere separati i dati raccolti dai diversi servizi cugini, ecco che oggi non è già più così. Ma chiediamoci, non sarebbe il caso, piuttosto, di rompere questi monopoli, come si era fatto con AT&T, con le società petrolifere, molte altre volte, con aziende anche molto più piccole?
  4. Chiedere a un utente di accettare o rinunciare al servizio è una posizione accettabile? È tipico dei prepotenti, e quando i prepotenti alzano la voce è segno che qualche equilibrio si è rotto, e urgono azioni riparatorie. Dove sono gli Stati i cui presidenti non passano il tempo a twittare sui social?
  5. Ciascuno può chiudere il proprio account, e migrare su altre piattaforme avvertendo amici e parenti della cosa. Anche altre piattaforme raccolgono dati, e sono anch’esse spesso macchine di pubblicità, ma non tutte lo sono in modo uguale.
  6. Su Whatsapp per esempio i messaggi sono “leggibili” solo dal mittente e dal destinatario, ma i metadati – con chi ho parlato, quando, per quanto, da dove… – sono a disposizione dell’operatore, come peraltro, attenzione, capita per un operatore GSM. Su altre invece la cifratura è fornita solo a chi la chiede – e se non te ne ricordi quello che dici sarà scrutato per capire che target tu sia, cosa ti si potrebbe vendere –  e così via.
  7. È difficile suggerire cosa fare, e non proprio corretto. In primis comunque, chiediamoci se tutto questo chiacchierare sia proprio necessario, riduciamo la produzione di dati digitali e lo spreco di tempo, facciamo digital detox
  8. Vi proponiamo piuttosto un indovinello per meditare sul nostro consenso quotidiano a un prelievo inconsapevole di dati:
  9. esiste una piattaforma che è finanziata solo da donazioni private (Signal). Esistono due app di messaggistica che sono possedute da Marck Zuckerberg (Messenger di Facebook; Whatsapp). Esiste infine una piattaforma indipendente costruita da un oppositore a Putin (Telegram) costretto all’esilio.
  10. Ognuna di queste piattaforme raccoglie dei dati: una – e non vi dico quale –  ne raccoglie 1, una 3, una 17, una addirittura 75 (fonte Forbes).
  11. la domanda è: chi sa accoppiare le 4 piattaforme citate con i 4 totali dei dati “prelevati” agli utenti?

Scriveteci a info@sloweb.org. Per chi dà la risposta esatta, inviamo in omaggio il PDF del nostro GLOSSARIO SLOWEB, con 30 termini essenziali per capire e usare il web senza esserne usati, come nel box.

ESTRATTO DAL GLOSSARIO SLOWEB

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