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La priorità è il piano di ripresa

E invece molta, troppa energia oratoria – ed elettorale – è stata riservata alla fatidica soglia del coprifuoco alle 22, quasi una quota di battaglia da conquistare come nelle guerre del secolo scorso

Vale sempre il vecchio proverbio cinese: “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”.

Lo si è visto chiaramente in Parlamento la settimana scorsa in occasione dell’approvazione del “Piano nazionale di ripresa e resilienza”(PNRR), tassello importante – e fors’anche decisivo – del Recovery Fund europeo promosso dall’UE il luglio scorso.

Molto ci sarebbe da dire dell’inadeguatezza del dibattito che ha preceduto il voto a larga maggioranza del Parlamento, con la sola opposizione di Fratelli d’Italia che al voto negativo ha anche aggiunto, non senza qualche ragione, le sue critiche alla compressione del tempo concesso al dibattito.

Non meno rilevante in prospettiva la sconcertante sovrapposizione della lite sull’orario del coprifuoco rispetto alle straordinarie dimensioni e ai prevedibili impatti del PNRR italiano, orientato a ridisegnare l’Italia di domani e con, essa, l’Unione Europea. In merito il presidente Draghi era stato chiaro, delineando con chiarezza la distribuzione dei 222 miliardi di euro sul tavolo, la strategia per la non facile attivazione degli investimenti e l’impegno ad affrontare riforme congelate da anni.

Sarebbe stato logico per le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, concentrarsi sul “tema del secolo”, quello destinato a far transitare l’Italia dalle crisi e dalla stagnazione economica degli ultimi decenni ai traguardi indicati per il 2030 dall’ONU e dall’UE per le emissioni zero del gas serra entro il 2050.

E invece molta, troppa energia oratoria – ed elettorale – è stata riservata alla fatidica soglia del coprifuoco alle 22, quasi una quota di battaglia da conquistare come nelle guerre del secolo scorso.

Si spera che non sia sfuggita a nessuno la sproporzione tra i due temi e quale sia, per tutti noi e le generazioni future, l’importanza decisiva di una seria attivazione del PNRR italiano, per il nostro Paese e per l’Europa, come Draghi non ha mancato di fare osservare.

Si è così assistito a una deriva politica che, se non contrastata con forza, non sarà di buon auspicio per il futuro, quando si scontreranno le inevitabili divergenze in materia di riforme, elemento essenziale per il buon funzionamento del PNRR nazionale. A prevalere è stata una visione localista e di breve periodo da parte di alcune forze di maggioranza, pronte a sacrificare il futuro del Paese e dell’Unione Europea, alle imminenti scadenze elettorali: nell’immediato per le consultazioni amministrative e, tra non molto,  per l’elezione del Presidente della Repubblica nel 2022 e del futuro Parlamento nel 2023, sempre che l’attuale governo arrivi vivo a queste scadenze con la maggioranza litigiosa che si ritrova.

Perché non basta l’improvvisa conversione di qualcuno all’europeismo e poi minare ogni giorno il governo “europeista e atlantista” voluto da Draghi. Bisogna anche avere una visione, larga e lunga, sul futuro dell’Europa, dove viva è la preoccupazione che la classe politica italiana non sia in grado di fare fronte agli impegni presi, mettendo a rischio il futuro dell’Italia e quello dell’Unione Europea. Quest’ultima – se sopravviverà a un fallimento italiano – non sarà disponibile ad altre aperture di credito, con tanti saluti a una politica fiscale europea e alla riconferma di strumenti di inedita solidarietà come l’attuale Recovery Fund.

Saranno allora inutili le parole del “saggio” Draghi, e delle forze politiche che ne sostengono convintamente l’agenda politica, se gli “stolti” invece di guardare la luna del futuro si concentrano sul dito di una irresponsabile propaganda elettorale a spese di una popolazione vittima della pandemia.