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UCRAINA: LE PORTE APERTE DELL’UNIONE EUROPEA

Ci vorrà invece tempo e ancora molta pazienza perché l’Ucraina possa approdare nell’Unione, anche se, tenuto conto della situazione e dell’esito del conflitto, qualche accelerazione nelle procedure potrebbe verificarsi

La nuova Unione Europea, quella tenuta a battesimo dall’aggressione russa all’Ucraina, continua a dare segni di inattesa vitalità, quasi si fosse risvegliata dal torpore che l’aveva indebolita con il passare del tempo.

Dopo le parole – ancora lontane dai fatti – prima della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e, poco dopo, del Parlamento europeo in favore di un ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, adesso l’UE riscopre di avere nei suoi cassetti una Direttiva, la n. 55 adottata nel 2001  (ratificata dall’Italia nel 2003), che detta “le norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi”.

Si tratta di una normativa vincolante per gli Stati membri UE che, l’altro giorno, il Consiglio dei ministri degli Interni ha convenuto all’unanimità di mandare in applicazione in risposta al massiccio flusso di profughi in uscita dall’Ucraina, in particolare verso la Polonia. Da chiedersi perché abbia dormito una simile direttiva in tutti questi anni, quando importanti flussi migratori da anni premono sulle nostre frontiere con i Paesi di prima accoglienza lasciati soli a farvi fronte.

La storia, si sa, riserva sorprese: in questo caso esponendo fortemente proprio un Paese come la Polonia, contraria per lunghi anni ad accogliere migranti, ad una situazione drammatica, alla quale sta adesso rispondendo generosamente, sostenuta giustamente da tutta l’Unione impegnata a ridistribuire i profughi tra i suoi Paesi membri e a contribuire ai costi di una simile complessa operazione.

Verrebbe da dire che non tutte le disgrazie vengono per nuocere se almeno servono all’UE a riscoprire le proprie normative e a darne rapida applicazione, confermando anche in tal modo la sua vocazione al dialogo e all’accoglienza, con la speranza che questa non sia riservata solo ai cittadini di nazionalità ucraina, ma anche a tutti i profughi che in quel Paese risiedevano.

Ci vorrà invece tempo e ancora molta pazienza perché l’Ucraina possa approdare nell’Unione, anche se, tenuto conto della situazione e dell’esito del conflitto, qualche accelerazione nelle procedure potrebbe verificarsi. Il processo di adesione, come dice la parola, implica che il Paese candidato “aderisca” al corpus di regole adottate dalla Comunità prima e dall’Unione poi, nel corso di una settantina d’anni, dando prova di rispetto dello Stato di diritto, della vita democratica e di buon governo, oltre che di condivisione di un mercato unico e dei suoi non indifferenti vincoli.

A questo nuovo appuntamento l’Unione Europea arriva segnata dalle esperienze degli allargamenti precedenti: problematico quello del 1973 con il Regno Unito, ancora incompiuto quello del primo decennio di questo secolo con i Paesi in provenienza dalla dissolta Unione sovietica, senza contare altri allargamenti da tempo in attesa, come quello dei Paesi balcanici. Se poi a questo si aggiungono le già annunciate richieste di ingresso di Paesi come la Georgia e la Moldavia, allora si ha un’idea della complessità dell’operazione.

Intanto però l’afflusso nell’Unione di profughi dall’Ucraina anticipa già un consistente ingresso di quella comunità nell’UE, preparando il terreno a un negoziato che non dovrà fare sconti sulle esigenze di salvaguardare insieme la democrazia, lasciandoci tutti alle spalle nostalgie identitarie e tentazioni nazionalistiche, che inquinerebbero il progetto europeo con danni per tutti.