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La Chiesa in Sinodo e i migranti

La riflessione sulla questione nel numero di Migranti Press

Stiamo vivendo un tempo di Sinodo, un tempo cioè in cui scopriamo come la Chiesa cammina, è pellegrina. Questa dimensione della Chiesa pellegrina, in cammino è una delle caratteristiche della Chiesa ripresa dal Concilio Vaticano II. Infatti, ricorre spesso nei documenti del Concilio. La troviamo, ad esempio, nella Costituzione sulla Sacra Liturgia, dove è detto della Chiesa che è «presente nel mondo e tuttavia pellegrina» (Sacrosanctum Concilium, 2); la ritroviamo, nella Costituzione Lumen gentiumche riprende una bella citazione di S. Agostino che «la Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» (Lumen gentium, 8; De Civit. Dei, 18, 51, 2; PL 41, 614). Ritroviamo ancora questa espressione in un passaggio della Gaudium et spes, laddove si richiama che «tutto ciò che di bene il Popolo di Dio può offrire alla umana famiglia, nel tempo del suo pellegrinaggio terrestre, scaturisce dal fatto che la Chiesa è l’universale sacramento della salvezza» (Gaudium et spes, 45). 

Il cammino rinnova la vita, la celebrazione della Chiesa e il suo rapporto con il mondo. Il cammino, con i suoi incontri aiuta l’inculturazione della fede, sempre nella storia, come ci ha insegnato l’esperienza di Matteo Ricci. Il cammino aiuta a scoprire tutto ciò che di bene il “popolo di Dio può offrire alla umana famiglia”.

Il cammino aiuta la conoscenza ed evita ripetitività, stagnazione, stanchezza. Il Sinodo aiuta la Chiesa a camminare e aiuta a valorizzare le persone in cammino, i migranti. E questo cammino – come ci ricorda il documento preparatorio del sinodo – ha tre obiettivi. Anzitutto la comunione. Il camminare insieme aiuta a conoscersi, a valorizzare i carismi e i doni di ciascuno, a guardare alla stessa meta, ad affrontare insieme le difficoltà. La comunione chiede di guardare anche alla diversità: delle culture, dell’esperienza cristiana, della fede religiosa. Non c’è comunione quando si dimentica la diversità. Il camminare insieme chiede anche di verificare se la comunione apre alla partecipazione, alla responsabilità di tutti nella Chiesa, in forza del Battesimo. Per noi, come Chiese in Italia, il cammino sinodale chiede di verificare quanto le diverse comunità di fedeli cattolici di oltre 100 nazionalità partecipano alla vita delle Chiese locali, quanto quasi un milione di cattolici immigranti tra noi hanno voce nella comunità, quanto conosciamo le loro «gioie e speranze, tristezze e angosce» (G.S.1). E infine il camminare insieme, significa come cattolici italiani e cattolici migranti condividere la necessità di annunciare la gioia del Vangelo, in un mondo disorientato, indifferente, lontano. Per queste ragioni, il cammino sinodale delle Chiese in Italia incrocia il cammino dei migranti: e i due cammini possono rinnovare la vita della Chiesa e del mondo. 

*Presidente Cemi e Fondazione Migrantes