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Caritas: accogliere i profughi per accompagnarli

Chissà se questa tragedia ci aiuterà a ricostruire un noi plurale in cui nessuno perde la propria identità ma ciascuno diventa parte di una vera famiglia di fratelli tutti

Circa 1000 i posti di accoglienza generosamente offerti da enti ecclesiali e famiglie, quasi per un quarto già utilizzati. Alba e Asti le diocesi coinvolte dalla rete nazionale  Caritas per dare un tetto temporaneo ad alcune delle oltre 600 persone trasferite  in Italia dalla Polonia in questi giorni. Raccolta economica coordinata in tutte le diocesi piemontesi per sostenere principalmente il servizio di aiuto immediato che le chiese di Polonia, Romania, Moldova, Ungheria, Slovacchia. Finanziamenti per rendere possibile al circuito interno della chiesa latina e di quella greco-cattolica ucraine la continuazione del servizio di vicinanza nei circa ottanta centri sparsi su tutto il territorio, anche quello al momento sottoposto ai combattimenti. Animazione delle comunità per tenere nel cuore la sofferenza di tanti fratelli e per costruire, almeno qui, sentieri di pace. Sono queste le principali dimensioni dell’impegno delle Caritas Diocesane di Piemonte e Valle d’Aosta nelle prime tre settimane di crisi, a favore delle persone che stanno soffrendo «l’inutile strage», come definì i conflitti bellici Benedetto XV.

Dovis

Ciò che più contraddistingue ognuna delle iniziative adottate da Aosta a Mondovì è la chiara volontà di collaborazione: con le comunità, con il territorio, con le Istituzioni pubbliche. Nonostante l’inevitabile confusione dovuta alla fluidità di una situazione in continuo cambiamento e all’impatto fortemente emotivo di una guerra alle nostre porte, le Caritas locali indirizzate da quella Italiana stanno cercando di contribuire a costruire una rete efficace per gestire una situazione delicata e molto diversa da altre vissute in passato. La massiccia presenza in Italia di donne e di minori richiede una progettualità di grande qualità e flessibilità. Per questo il percorso di accoglienza condiviso con le Istituzioni si indirizza prioritariamente verso l’utilizzo di soluzioni in grado di offrire il maggior numero di servizi utili alle persone, come quella dei Centri di Accoglienza Straordinaria – CAS. Se e quando il bisogno quantitativo aumenterà o quando emergeranno bisogni particolari, allora verranno utilizzate altre forme come quelle che coinvolgono le famiglie. Perché non basterà assicurare un tetto per qualche giorno: senza una rete che le sostenga nel loro complesso in tempi anche abbastanza lunghi, le persone ospitate rischiano di non trovare ciò di cui hanno davvero bisogno. La rete ecclesiale, dunque, si mette a disposizione nei tempi e nei modi che i bisogni detteranno, senza ansia, perché ciò che le sta a cuore non è il “fare” ma l’accompagnare, non la quantità ma la qualità, non il nostro servizio ma la persona che ci chiede una mano. Poco alla volta Caritas Italiana, la Regione e alcune grandi associazioni stanno avviando i trasferimenti dalle frontiere limitrofe alla Ucraina, in modo sicuro, organizzato e coordinato, senza improvvisazioni. Grande attenzione viene posta sul tema dell’accoglienza di minori soli che, per le necessità specifiche, necessitano di strutture adeguate: nei loro occhi tanta sofferenza, nei loro comportamenti la grande paura. Intanto la rete di accoglienza spontanea nella nostra regione è divenuta fitta, visto il rilievo della comunità ucraina residente, specie in contesti come il novarese, il verbanese e il vercellese. Buona parte delle oltre 5000 persone già arrivate in regione sono ospiti presso connazionali che lavorano e vivono tra noi, e che le nostre comunità cristiane devono impegnarsi a riconoscere per poterle sostenere il più possibile come segno di concreta fraternità. Insomma, giorno dopo giorno si sta costruendo un modo di lavorare insieme che vede le nostre Chiese né un passo avanti, né uno in dietro, ma a fianco dell’intera società. Sembra un’andatura al rallentatore, ma è il passo più capace di dare efficacia. Chissà se questa tragedia ci aiuterà a ricostruire un noi plurale in cui nessuno perde la propria identità ma ciascuno diventa parte di una vera famiglia di fratelli tutti.

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