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Il nostro impegno per l’Europa

Nei suoi primi settant’anni di vita l’Unione Europea ha fatto molto per i suoi cittadini

In occasione del suo insediamento nel 1961 alla Casa Bianca, il Presidente Kennedy si rivolse al cittadino americano con un invito: “Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”. Un monito che torna di attualità riferito all’Unione Europea e a suoi cittadini in una stagione della storia particolarmente difficile per il futuro dell’integrazione europea e, ancor più, per la pace nel mondo.

Nei suoi primi settant’anni di vita l’Unione Europea ha fatto molto per i suoi cittadini, prima contribuendo a ricostruire un pezzo di continente in macerie dopo la Seconda guerra mondiale, poi aggregando progressivamente nuovi Paesi insieme ai sei fondatori, fino ai 27 di oggi, consolidando una rete di scambi economici, proteggendo per quanto possibile il nostro sistema di protezione sociale, unico al mondo, e rafforzando la coesione tra i 19 Paesi che hanno adottato la moneta unica.

In questi quasi tre quarti di secolo la guerra non ha superato i confini dell’Unione, che pure sono stati da questa lambiti, come nel caso della ex-Yugoslavia a inizio anni ‘90 e, adesso, dell’Ucraina.

Si tratta di un bilancio solo in parte positivo: in tutti questi anni l’UE non è stata capace di dotarsi di politiche comuni decisive per la sua sicurezza e per una solidarietà fiscale, come non ha saputo dotarsi di una politica comune per i migranti o di una politica energetica, scontando oggi molte altre debolezze.

Non stupisce che con questo bilancio in chiaroscuro l’Unione Europea non generi più ampi consensi tra i suoi cittadini, spesso critici sulla sua azione o su sue inazioni. Si tratta però anche di critiche stimolanti per spingere l’UE verso un orizzonte federale che ne rafforzi la coesione politica ed economica: è in parte quanto sta avvenendo in questa drammatica congiuntura di guerra che sembra aver risvegliato l’Unione in favore di un più rapido processo di integrazione, al quale i cittadini sono chiamati ad associarsi, godendone i benefici ma anche assumendone i costi che si annunciano molto rilevanti, ma che vanno anche considerati come indispensabili investimenti per il futuro.

L’ultima decisione di destinare 300 miliardi di euro per rispondere in particolare all’emergenza energetica, unitamente alla proroga fino al 2023 della sospensione del Patto di stabilità per consentire ai Paesi membri politiche monetarie espansive a sostegno dell’economia hanno sollevato nuove speranze.

Su questo versante l’Italia si era illusa di poter disporre di ulteriori importanti risorse, in aggiunta a quelle straordinarie del “Piano nazionale per la ripresa e la resilienza” (PNRR), ma non sembra essere questo il caso. Anche perché, da una parte, resta il problema di spendere bene e nei tempi previsti i 192 miliardi di euro già disponibili e, dall’altra, pesa il livello di indebitamento pubblico dell’Italia che impone non di accrescere il debito ma di ridurlo.

Più di un lamento si è levato all’interno dell’area sovranista e populista delle forze politiche italiane, costantemente suddite dell’UE per i soldi attesi, ma poco lucide nel valutare le compatibilità economiche – come quando insistono a chiedere scostamenti di bilancio – o quando, con perfetta contraddizione, rifiutano all’Unione competenze in materia economica e fiscale, senza le quali non è possibile sviluppare una realtà solidale, quale quella regolarmente invocata in caso di bisogno.

Perché se è legittimo chiedere aiuto all’Unione, lo è almeno altrettanto attrezzarla perché questo sia reso possibile, consentendo – come recita il secondo paragrafo dell’articolo 11 della Costituzione italiana – “limitazioni alla sovranità” nazionale per garantire pace e giustizia.