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Pace, cosa posso fare per te?

La lettera aperta del fondatore del Sermig. La pace vera è un fatto che deriva dalle opere di giustizia

Qualcuno deve continuare a ricordare al mondo le ragioni della pace.

Queste parole di pace nascono dalla vita vera, dall’esperienza del primo arsenale militare al mondo trasformato in Arsenale della Pace. È quanto è avvenuto a Torino, in Italia, grazie al Sermig, realtà di pace e solidarietà fondata da Ernesto Olivero e sua moglie Maria. In quasi 60 anni di storia, centinaia di migliaia di persone accolte, progetti di sviluppo in 155 paesi nei cinque continenti, decine di missioni di pace nei luoghi segnati dalla guerra, altri Arsenali aperti in Brasile, in Giordania e in Italia: un movimento di popolo, di persone di tutte le età, culture e confessioni religiose unite dall’ideale della bontà che disarma. L’Arsenale della Pace cerca di realizzare già ora la profezia biblica di Isaia: il sogno di un tempo in cui le armi non saranno più costruite e i popoli non si eserciteranno più nell’arte della guerra. Nelle case del Sermig, questa “utopia” è già realtà. Le parole di questa lettera ne sono la naturale conseguenza.

Cara amica, caro amico,

nelle prime settimane di marzo 2022 l’Arsenale della Pace è stato “invaso” da un impressionante fiume di bene e generosità a cui tanti cittadini, famiglie, associazioni, scuole, parrocchie, aziende, istituzioni locali di tutta Italia hanno dato vita. L’indignazione e l’incredulità hanno scosso le coscienze, generando una meravigliosa reazione di solidarietà in risposta alla violenza di una sciagurata guerra. Le mani tese, disarmate, di tutte queste persone di buona volontà riconciliano con il senso di umanità, salvano l’anima al mondo. Oltre trecentomila persone hanno portato finora più di millecinquecento tonnellate di aiuti. Una grande conferma della denominazione che la Città di Torino si è data nel 2008: “Torino Città dell’Arsenale della Pace”. 

Questi gesti “dal basso” esprimono uno straordinario desiderio di pace che diventa anche un messaggio importante per i grandi della Terra. Questa è la pace in cui crediamo, la pace che ci ha fatto conoscere Giorgio La Pira, Sindaco di Firenze e grande uomo di dialogo, citando il profeta Isaia: un tempo in cui le armi saranno trasformate in strumenti di lavoro e i popoli non si eserciteranno più nell’arte della guerra. È diventato il nostro sogno, la scelta concreta di noi tutti che abbiamo vissuto l’avventura di trasformare il vecchio arsenale militare di Torino in Arsenale della Pace.

La guerra non è mai la soluzione! Lo abbiamo capito aiutando tanti Paesi in guerra, ora l’Ucraina. Dico sovente che le armi uccidono sette volte.

La prima è quando sono progettate, perché sottraggono risorse alla ricerca, alla scuola, alla vita.

La seconda perché per costruirle si impegnano intelligenze che potrebbero dedicarsi allo sviluppo in campo scientifico, tecnologico, ambientale e medico.

La terza perché le armi uccidono senza guardare in faccia nessuno, distruggono e costringono milioni di persone a lasciare i loro cari, le loro case e i loro Paesi…

La quarta perché usate creano i presupposti per la vendetta.

La quinta è la più tragica perché in una guerra, militari e civili esaltati compiono qualsiasi nefandezza sulle loro vittime.

La sesta perché vittime e carnefici si portano addosso il ricordo insopportabile degli orrori subiti e commessi, fino ad arrivare anche a togliersi la vita.

La settima perché la guerra lascia una scia di risentimenti e spazi d’odio che ne prolunga gli effetti nefasti.

Non sono tutte qui le conseguenze negative della guerra: penso soprattutto ai bambini soldato, arruolati per combattere, costretti ad uccidere per dimostrare la loro forza, penso a intere generazioni di bambini e giovani che negli anni preziosi della loro crescita conoscono solo la guerra, ne porteranno per sempre le ferite profonde. Una di loro, che ha vissuto da bambina il dramma della guerra nella ex Iugoslavia, recentemente ha scritto: “La guerra porta solo vittime e la prima vittima è la verità”.

Proprio per queste ragioni non ci abitueremo mai alla guerra e continueremo a lottare per contrastarla, continueremo a lavorare per la pace e a ricercarla con tutte le nostre forze.

La pace vera è un fatto che deriva dalle opere di giustizia. È un mondo che accoglie ogni uomo e donna di qualsiasi origine e religione perché tutti hanno diritto a cibo, casa, lavoro, cure, dignità, istruzione. È un mondo in cui giovani e adulti sono pronti a fare della propria onestà la chiave per costruire il bene comune. È il comprendere che il bene che posso fare io non lo può fare nessun altro, perché è la parte di bene che tocca a me, è la mia responsabilità.

Questa mentalità è diventata la nostra bussola e, lentamente ma decisamente, ha abbracciato milioni di persone che hanno messo a disposizione tempo, denaro, professionalità per asciugare una lacrima, sostenere chi è debole, formare i più giovani senza chiedere nulla in cambio.

Ora chiediamo ai governi e alle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado che diventi anche una priorità educativa orientando la formazione scolastica, a partire dall’infanzia fino all’università. Formarsi e crescere nella pace significa diventare, sin da giovani, cittadini responsabili e custodi del dialogo e della dignità di ogni persona.

La nostra coscienza ci spinge a bussare alla porta delle organizzazioni internazionali nate dall’aspirazione alla pace dei popoli affinché garantiscano sempre più concretamente e senza riserve la dignità e i diritti fondamentali di ogni persona, rispettino e tutelino le minoranze e promuovano l’uguaglianza, bandiscano l’uso delle armi, abbiano l’autorità e il riconoscimento morale di fermare le guerre e di rimediare alle ingiustizie attraverso la diplomazia e dove necessario mediante missioni di pace. Un impegno concreto che aiuti tutti a capire che il vero nemico è l’odio e che il nostro futuro si difende con la pace.

Se questa mentalità si fa strada nel cuore di tanti, il mondo può davvero cambiare. È la speranza che nasce anche di fronte alla tragedia più nera, la speranza che di fronte a persone in difficoltà ci porta a dire sempre: “Fratello, sorella cosa posso fare per te?”