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La globalizzazione da ripensare dopo la guerra in Ucraina

Nell’attesa di vedere al più presto cessare il conflitto, è già il tempo di accelerare nella costruzione della futura Europa

L’invasione della Russia in Ucraina ha acceso i riflettori sul futuro della globalizzazione e delle relazioni internazionali. Per la verità una riflessione sul tema già era stata sollecitata dalle vicende del Covid 19, a cominciare dalla ricerca sui vaccini e dal loro approvvigionamento fin dagli inizi della pandemia in Cina. In quella occasione l’attenzione si era concentrata sulla capacità di singoli Paesi a far fronte alla pandemia in assenza di catene di produzione condivise e la difficoltà di sedi internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) a coordinare gli interventi sanitari.

Con molta più violenza il tema è stato proposto dalla guerra in Ucraina che ha ridisegnato alleanze politiche ed economiche in presenza di una rottura di scambi commerciali globali che sembravano essere destinati a rafforzarsi, se non nell’interesse di tutti almeno per quelli dei principali attori mondiali.

Le tensioni crescenti tra le varie aree regionali del mondo coinvolte o direttamente nel conflitto, come Russia ed Europa, o indirettamente come Stati Uniti, Cina ed India, o ancora come i Paesi dell’Africa e del Medioriente, minacciati da una carestia alimentare, hanno spinto molti osservatori a decretare la fine della globalizzazione economica e commerciale, accompagnata da una globalizzazione del riarmo con una spesa militare che tende a rafforzare le frontiere piuttosto che gli scambi tra le diverse aree che si vanno riconfigurando, come nel caso della regione atlantica e quella indo-pacifica.

L’accentuarsi in Europa delle sanzioni e dei loro effetti, tanto su chi le subisce che su chi le impone, ha indotto i Paesi interessati, singolarmente o nell’ambito delle rispettive alleanze politiche e militari, a garantirsi capacità di produzioni autonome, non solo sul versante dell’economia e in particolare dell’energia, ma anche su quello delle filiere alimentari e di quelle sanitarie. Una stagione di tentazioni autarchiche sembra profilarsi, riducendo l’orizzonte della globalizzazione su dimensioni regionali in attesa di tempi migliori.

E’ inevitabile che una simile dinamica regressiva, cui non è estranea la costatazione delle diseguaglianze prodotte da una globalizzazione non governata, si ripercuota anche nella vita già stentata delle organizzazioni internazionali, in particolare quelle a vocazione mondiale, come nel caso delle Nazioni Unite (ONU) e delle sue Agenzie specializzate nei vari settori delle attività umane.

In un simile contesto regge ancora bene un soggetto come l’Unione Europea, pur minacciata al suo interno da ritorni nazionalisti, con un affannato ricorso a presunte sovranità nazionali, all’origine di un contrasto verso una più avanzata integrazione, non solo politica ma anche militare, con l’indisponibilità a riformare i Trattati.

Di qui anche la recente proposta delle forze “europeiste” di ripensare la configurazione della futura Europa, con una “Confederazione”, a dominante intergovernativa, che raccolga nel mercato unico i Paesi gelosi della loro sovranità nazionale e un’altra progressivamente più integrata in un nucleo centrale, con i Paesi fondatori e buona parte di quelli che hanno adottato l’euro per proseguire verso una “Federazione a sovranità europea”.

Nell’attesa di vedere al più presto cessare la guerra in Ucraina, è già il tempo di accelerare nella costruzione della futura Europa, nella convinzione che quella nata nel dopoguerra nel quadro di una cultura multilaterale in declino sia vicina al capolinea e vada ripensata con urgenza in profondità, nel contesto di quanto resta della globalizzazione che ci stiamo lasciando alle spalle.