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UE E TURCHIA, UNA STORIA INFINITA

L’anno prossimo saranno sessant’anni che questo dialogo è stato avviato

Le relazioni tra Europa e Turchia hanno una lunga storia. Senza voler andare troppo in là nei secoli, e lasciando da parte i “turchi alle porte di Vienna” nel 1529 e nel 1683, già c’è molto da raccontare dei rapporti tra l’Europa e la Turchia negli ultimi decenni, fin da quando la Comunità europea firmò il primo Accordo di associazione con Ankara nel 1963, disegnando un quadro di cooperazione mantenuto in vita non senza difficoltà.

L’anno prossimo saranno sessant’anni che questo dialogo è stato avviato, con la prospettiva di un suo progressivo rafforzamento fino alla possibilità di un ingresso nell’Unione Europea, avviato nel 1999 con il riconoscimento della Turchia come Paese candidato e con l’apertura dei negoziati di adesione nel 2005.

Negoziati che procedettero intensamente nei primi tempi, nonostante le perplessità dei governi e dell’opinione pubblica europea, per incagliarsi in anni più recenti con l’arrivo al potere di Erdogan, fino ad una loro sospensione “sine die” a fronte dell’involuzione autocratica del regime turco e della sua disinvoltura nei rapporti con i partner, tanto nell’UE che nella NATO e le ambiguità con la Russia.

Questa svolta ce la ritroviamo oggi trasformata in una contro-svolta, generata dal nuovo contesto geopolitico, in particolare ma non solo a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. A ricordarcelo è stato il vertice Turchia-Italia dei giorni scorsi, intervenuto a distanza di dieci anni dal precedente e già questo intervallo tradisce le tensioni tra i due Paesi, nonostante che l’Italia avesse fin dall’inizio della procedura di adesione adottato un atteggiamento favorevole per l’ingresso della Turchia nell’UE.

Da allora però molte cose sono cambiate e negli ultimi anni il clima tra le due parti è andato rapidamente peggiorando, aggravato anche dalle scorribande della Turchia nel Mediterraneo – e in Libia in particolare – e dalle ricorrenti tensioni con la Grecia e Cipro.

Arriviamo così ad oggi, con la Turchia che si propone come mediatrice nel conflitto russo-ucraino, in particolare per una soluzione al blocco navale nel Mar nero che impedisce l’esportazione dei cereali e altri prodotti ucraini verso Paesi che ne dipendono per la loro alimentazione, con il rischio di una catastrofe umanitaria e di nuovi flussi migratori che vedrebbero l’Italia in prima linea.

Di tutto questo si è parlato nella missione di Mario Draghi ad Ankara e, a voler credere alle dichiarazioni ufficiali, il bel tempo sembra tornare nei rapporti con l’UE, al punto che il Presidente turco ne ha approfittato per affermare che “la Turchia è importante per l’UE, è essenziale aumentare la prospettiva dell’adesione, l’Italia ne è consapevole, ci ha sempre dato sostegno su questo e andremo avanti su questa strada”, un’ambizione non scoraggiata dal nostro ministero degli esteri per il quale “siamo tra i Paesi europei che vedono con più favore il percorso europeo della Turchia”.

Miracoli della geopolitica che ridisegna i rapporti internazionali, relega tra i ricordi spiacevoli vecchie contese pur di poter contare su un attore che può giocarsi molte carte non solo nel Mediterraneo, ma anche con la Russia, compreso sul fronte energia, senza dimenticare l’ignobile accordo imposto alla Svezia contro l’accoglienza ai curdi per consentirne l’ingresso nella NATO.

Difficile in questo quadro per l’Italia, interprete anche delle preoccupazioni del resto dell’UE, non favorire aperture del tutto improbabili fino a qualche mese fa, rassegnandosi a una “real politik” che già aveva pagato prezzi molto alti – in soldi e in resa sui diritti fondamentali – con l’accordo dell’UE del 2016 a trazione Angela Merkel, sul contenimento dei migranti in Turchia, uno dei tanti muri alzati in Europa e ai suoi confini, mentre ad Ankara si faceva balenare la ripresa di una prospettiva di adesione.

Come dire che sfumata nel primo decennio del secolo l’opportunità di un negoziato equilibrato con la Turchia pre-sultanato, adesso il tema ritorna sul tavolo in un clima ben peggiore di allora, con l’Unione Europea sotto ricatto.