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TRAMONTANO GLI IMPERI E RITORNANO LE NAZIONI

L’interrogativo non è privo di fondamento e la storia potrebbe aiutare a trovare una risposta e a declinare con maggiore accortezza dinamiche simil-imperiali

“Tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla storia, è che dalla storia l’uomo non ha imparato niente”: lo ha detto Friederich Hegel, un filosofo che molto ha riflettuto sulla storia dell’umanità. Ma a un secolo di distanza forse può ancora sopravvivere qualche brandello di memoria di quanto avvenuto in Europa e dintorni.

Cent’anni fa, pochi giorni dopo la notte della democrazia in Italia, finiva il 1° novembre 1922  l’impero ottomano; altri imperi in Europa sarebbero tramontati negli anni seguenti, compreso quello immaginato dal regime fascista italiano, dopo che molti altri si erano spenti nei secoli passati: un esito quasi fisiologico, prodotto da un eccesso di dimensioni per ampiezza territoriale, per diversità culturali e per la difficoltà a governarne i conflitti interni.

Qualcosa del genere potrebbe avvenire anche oggi in Occidente, dopo il dissolvimento dell’impero sovietico nel 1991 e nella prospettiva di un declino dell’impero americano, con il tramonto di un breve periodo di mondo presunto unipolare.

Sono dinamiche storiche che dovrebbero interrogare anche quella singolare aggregazione di Stati che è l’Unione Europea, per qualcuno il tentativo di ricostruire sul nostro continente una realtà politica unificante, per altri la costruzione, in molta parte riuscita, di un mercato comune con una moneta unica per la maggioranza dei Paesi che fanno parte dell’UE.

C’è anche chi si chiede se, nella congiuntura che viviamo, non esista anche per l’Unione un rischio di implosione, e se magari qualcuno, come Vladimir Putin, non punti a questo nel quadro della guerra all’Ucraina.

L’interrogativo non è privo di fondamento e la storia potrebbe aiutare a trovare una risposta e a declinare con maggiore accortezza dinamiche simil-imperiali, facendo leva sull’esperienza occidentale di quest’ultimo secolo, alla ricerca di un equilibrio tra poteri centrali e articolazioni regionali, tanto a livello nazionale che europeo.

Molto difficile è governare una pluralità di culture, molto pericoloso è esaltare le identità culturali facendo perno sulla “nazione”, intesa come “comunità di nativi” che guarda con diffidenza alle “diversità” quanti convivono sullo stesso territorio. Ma proprio questa è la caratteristica del progetto europeo, quello di diventare “uniti nella diversità”, in uno spazio politico di “minoranze nazionali” che hanno deciso di vivere insieme per formare una “maggioranza europea”, pacificata al proprio interno e in grado di farsi sentire nel mondo.

Perché questo progetto sia praticabile e non corra i rischi dei passati imperi si dovrà proseguire alla ricerca di soluzioni innovative ed originali, tanto per il suo impianto istituzionale, bisognoso di un rafforzamento della legittimità democratica, quanto per le sue politiche, non invasive per gli Stati membri, ma attivate come strumenti di coesione economica e sociale.

A questa nuova lettura del progetto europeo non potranno essere estranee le future dimensioni territoriali dell’Unione, da contenere entro i limiti della condivisone di valori comuni e della governabilità, anche ricorrendo se necessario a maggiori flessibilità nel grado di appartenenza al progetto. Questo consentirebbe a Paesi orientati in senso federale di procedere verso una sovranità europea, aperta a chi ritiene di non essere ancora in condizione di muoversi in quella direzione. E’ questa la prospettiva di una “Comunità politica europea” più ampia dell’attuale Unione, evocata in questi ultimi mesi, ma anche con meno vincoli “imperiali” e meno rischi di tramontare, come accaduto agli imperi del passato.