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UE: DECLINARE CRESCENDO O CRESCERE CAMBIANDO?

Una via d’uscita è quella di “crescere cambiando”, magari crescendo di meno e più lentamente nello spazio territoriale e cambiare di più e più rapidamente nella ridefinizione del quadro politico e istituzionale europeo

Il titolo di questo articolo è rubato al mondo sindacale che, in anni ormai lontani, si interrogava sul suo futuro, quando la situazione di allora era certamente migliore di quella che vive adesso. Qualcosa di simile si può dire dell’Unione Europea, nella speranza che l’evoluzione futura dell’UE sia la traduzione della seconda parte del titolo.

Cominciamo da “declinare crescendo”, come oggi appare a molti lo straordinario processo di integrazione europea, estesosi negli anni dai primi sei Paesi membri ai 27 attuali, con la prospettiva di allargarsi ancora nei prossimi anni ad un’altra decina. Nessun dubbio quindi che, almeno geograficamente, l’Unione Europea sia cresciuta, anche se vittima di un’inedita contrazione con l’uscita del Regno Unito nel 2020. Ma nemmeno bisogna dimenticare che, quasi regolarmente, ogni successivo allargamento è stato oggetto di preoccupazioni, se non addirittura di rallentamenti nel processo di integrazione.

Fu già il caso con il primo allargamento del 1973 a Regno Unito, Irlanda e Danimarca, uno spostamento a nord nella anglo-sfera, che portava con sé anche un rafforzamento della vicinanza transatlantica, con un oceano che diventava più stretto che non la Manica. E il seguito lo avrebbe confermato.

Non filò facilmente liscio l’allargamento a sud con l’ingresso della Grecia prima e della penisola iberica poi. Qui le perplessità erano motivate dalla forte divergenza dei parametri economici, rapidamente recuperata ad eccezione della Grecia, ancora oggi negli ultimi posti della fila. Filò invece più liscio l’arrivo nel 1955 di Austria, Svezia e Finlandia, Paesi “ricchi”, favoriti anche dall’attesa del futuro allargamento est in preparazione ad inizio del nuovo secolo.

E’ quest’ultimo ampliamento territoriale dell’UE verso est che più ci interroga sul rischio di “declinare crescendo”: non tanto da un punto di vista economico quanto da quello politico, con il diffondersi di nuovi nazionalismi e crescenti fratture nel rispetto dello Stato di diritto, come in Polonia, Ungheria ma non solo.

Sembra chiarirsi a questo proposito un’altra forma di “declino”, quello di un progetto politico diversamente inteso dai Paesi fondatori e dagli ultimi arrivati, reduci da un “inverno democratico” che avrebbe avuto bisogno di un più intenso periodo di “riscaldamento” e di una più attenta pedagogia per facilitare il loro ingresso nell’Unione.

Si tratta di un’osservazione che vale, seppure con tonalità diverse, per l’insieme dei 27 attuali Paesi UE, in particolare in questa stagione in cui tornano a soffiare i venti di un nazional-populismo che mal si addice al progetto europeo, di sua natura sovranazionale e ad una più avanzata democrazia tra le nazioni, proprio mentre già non è in buona salute la vita democratica nazionale.

Resta allora, come via d’uscita, quella di “crescere cambiando”, magari crescendo di meno e più lentamente nello spazio territoriale e cambiare di più e più rapidamente nella ridefinizione del quadro politico e istituzionale europeo, oggi inadeguato ad affrontare le sfide interne all’UE e, ancor più, a quelle che le vengono dal resto del mondo.

A voler cercare una sintesi, almeno a parole, si potrebbe avere come obiettivo quello di crescere  declinando diversamente le appartenenze all’UE, eventualmente a più velocità, e le sue competenze,   modificandole nel rispetto del principio di sussidiarietà e di proporzionalità e mettendo mano ad una “manutenzione straordinaria” delle sue Istituzioni, rafforzandone la legittimità democratica e liberandole da procedure che rallentano le decisioni, di questi tempi, sempre più urgenti da adottare, come ci sta insegnando la crisi energetica.

Come dire che c’è molto da cambiare per continuare a crescere senza declinare.