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Diffondere la cultura della vita e del bene

La riflessione dell'Arcivescovo di Agrigento su Vita Pastorale nella rubrica: La lettera dei Vescovi italiani

L’impegno per la promozione umana e il servizio al territorio, strutturalmente connessi con l’annuncio del Vangelo e l’edificazione del regno di Dio nella storia, comporta – tra le esigenze prioritarie per la Chiesa nell’attuale contesto socio-culturale italiano – quella di smascherare e squarciare una certa mentalità che, troppo facilmente, si insinua sia nelle micro-strutture delle relazioni interpersonali sia nelle macro-strutture della vita sociale, politica ed economica. E non solo nel meridione d’Italia, dove storicamente le organizzazioni mafiose hanno trovato terreno fertile per proliferare e agire pressoché incontrastate, ma in tutto il Paese, dove si registra – in forme più o meno latenti – una sorta di “mafiosità” diffusa, fatta di diritti che diventano favori, di piccolo e grande clientelismo in cui tutto ha un prezzo, di legami di comparaggio politico che perdono di vista il bene comune per miseri interessi personali.
In positivo, si tratta di diffondere la cultura della vita e del bene, promuovendo coraggiosamente la giustizia; in negativo, di contrastare la cultura del male e della morte, lottando senza mezzi termini contro l’ingiustizia. Più concretamente, si tratta di educare alla legalità, non mediante l’imposizione di norme etiche e regole comportamentali provenienti dall’esterno, ma attraverso il recupero e la cura dell’intimo rapporto che deve instaurarsi tra la coscienza, sia quella individuale sia quella collettiva, e il diritto, sia quello positivo sia quello naturale.
A tale riguardo, le Chiese di Sicilia vantano una folta schiera di eroi e di santi, il più delle volte sconosciuti e nascosti, che hanno fatto di questo ideale la colonna portante della loro vita, della loro professione e della loro testimonianza, tanto in campo ecclesiale quanto in ambito civile. In particolare, la Chiesa agrigentina ha una testimonianza di prima mano e ancora freschissima, che è lieta di poter offrire a tutti: quella del giudice Rosario Angelo Livatino, beatificato il 9 maggio dello scorso anno. La sua è una santità che, affondando le radici nelle complesse dinamiche del mondo contemporaneo e ripensandole alla luce della fede, le assume, non solo nell’esercizio della funzione giurisdizionale, ma anche nell’elaborazione di una riflessione appassionata sulla responsabilità di chi – nel pubblico come nel privato – deve amministrare la giustizia, credendoci e battendosi in prima linea per difenderla e promuoverla. È una santità ordinaria, vissuta come esercizio concreto del battesimo e come attuazione convinta della missione del laico credente nella Chiesa e nel mondo.

Così, in forza della grazia battesimale, Rosario trasforma l’esperienza lavorativa in un luogo di santità, dove testimoniare la fede e l’amore di Dio senza proclami o gesti straordinari, ma con l’umile, seria, intelligente e professionale dedizione al suo lavoro. E nel suo lavoro di magistrato incontra il lato più oscuro del pensare e dell’agire umani, in una delle loro manifestazioni peggiori: la criminalità organizzata, l’organizzazione mafiosa, i suoi adepti e i suoi conniventi. Rosario Livatino non addomestica le proprie responsabilità per quieto vivere, ma va avanti. Va avanti con lucidità intellettuale, competenza professionale e integrità morale, e riesce a decifrare tanti meccanismi perversi della coscienza sia personale che sociale, diventando voce profetica dirompente in un contesto di assuefazione generalizzata al male. Rosario Livatino va avanti, infaticabile, nella sua ricerca della verità e della giustizia, ma con la convinzione che il “vero” e il “giusto” devono fare sempre i conti con l’“umano”, al quale, pur condannando e combattendo il male che lo attraversa e lo deturpa, non si può mai negare compassione e rispetto. E così, nel suo andare avanti tra i solchi della storia umana alla sequela delle orme di Cristo, si ritrova man mano sempre più configurato a lui, fino al martirio in odium fidei, avvenuto il 21 settembre 1990, mentre si recava, come ogni giorno, a svolgere il suo lavoro in tribunale. Nel messaggio indirizzato alle Chiese di Sicilia in occasione della sua beatificazione, noi vescovi siciliani, accostandolo a don Pino Puglisi, abbiamo ribadito l’urgenza della «conversione dalle parole ai fatti», di cui i due Beati martiri sono stati testimoni esemplari «squarciando il silenzio della connivenza e decidendo di parlare chiaramente, non solo con parole tecniche mutuate dai linguaggi umani, ma soprattutto con la parola del Vangelo delle mafie e alle mafie». Abbiamo, tuttavia, dovuto constatare che «al di là di alcune lodevoli iniziative più o meno circoscritte, le nostre Chiese non sono ancora all’altezza di tale eredità» e che «non possiamo più tacere, ma dobbiamo alzare la voce e unire alle parole i fatti: non da soli ma insieme, non con iniziative estemporanee ma con azioni sistematiche». Questo invito mi permetto di estendere all’intera Chiesa italiana, con l’augurio di diventare sempre più cercatori di giustizia e costruttori di vera sinodalità.