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Lovignana: Ciascuno diventi operatore di pace

Il presidente Cep illustra le priorità dei Vescovi di Piemonte e Valle d'Aosta per i prossimi anni. I suoi auguri di Natale e per il nuovo anno

Il 5 ottobre scorso i Vescovi di Piemonte e Valle d’Aosta hanno scelto come Presidente della Conferenza Episcopale Piemontese il confratello della Diocesi di Aosta, mons. Franco Lovignana. E’ la prima volta che accade, questo ruolo è sempre stato ricoperto dall’Arcivescovo di Torino.

Presidente Lovignana come affronta questa nuova responsabilità?

Innanzitutto devo dire che la scelta, al di là della mia persona, rientra in un orientamento che si va diffondendo nelle Conferenze episcopali regionali e che essa è conforme allo Statuto della nostra Conferenza.

Da parte mia assumo questa responsabilità con serenità per diversi motivi. Il primo è per la convergenza che ho riscontrato nella votazione dei confratelli sulla mia persona. Se così non fosse stato, avrei declinato. Il secondo motivo è che interpreto il mio ruolo come quello di un servizio di animazione e di coordinamento, dal momento che la Conferenza è un organismo collegiale e quindi la responsabilità nelle scelte è condivisa con tutti. Al riguardo desidero valorizzare in senso collegiale la Presidenza che è composta da tre Vescovi, il Presidente, il Vice Presidente, Mons. Roberto Repole, e il Segretario, Mons. Egidio Miragoli. Infine c’è anche il fatto che al momento sono il Vescovo che da più lungo tempo fa parte della CEP e che per ben dieci anni ho svolto il ruolo di Segretario.

 Spero davvero che il quinquennio possa essere all’insegna della fraternità e della collegialità vera, nel rispetto della responsabilità che ogni Vescovo ha in prima persona verso la Chiesa che gli è affidata, come anche recentemente ricordato da papa Francesco.

mons. Miragoli, mons. Lovignana, mons. Repole

Quali sono le priorità per la Chiesa di Piemonte e Valle d’Aosta?

Nella riunione del 5 e 6 ottobre i Vescovi, pensando al quinquennio che si apre, hanno espresso alcune tematiche da affrontare nei nostri lavori. Partendo da quelle indicazioni, direi che alcuni snodi da affrontare toccano:

  • la formazione, considerata in tutta la sua ampiezza, con particolare riguardo alla formazione del Clero (iniziale e permanente) e a quella dei candidati agli altri ministeri ecclesiali, rilanciati dal Santo Padre e indispensabili in una Chiesa che voglia essere davvero sinodale; il tema della formazione raggiunge però l’intero popolo di Dio, come ci ha recentemente invitato a fare, a proposito della Liturgia, la Lettera Apostolica Desiderio desideravi;
  • la riorganizzazione pastorale delle diocesi e delle curie diocesane, con particolare riguardo all’organizzazione parrocchiale e al servizio ecclesiale dei presbiteri;
  • il ruolo della teologia nell’esperienza delle nostre Chiese e quindi la funzione ecclesiale dei poli di formazione teologica presenti nella Regione, con particolare riguardo ai candidati al presbiterato, al diaconato permanente e agli insegnanti di religione cattolica;
  • una rinnovata attenzione ai giovani e alla dimensione vocazionale della vita cristiana (matrimonio cristiano, ministero ordinato, vita consacrata);
  • il rapporto della comunità ecclesiale con il mondo della cultura, della politica e del sociale, con particolare riguardo alla formazione e alla questione del linguaggio;
  • il rapporto con la dimensione universale della Chiesa, con particolare riguardo alla Missio ad Gentes e all’accoglienza di quanti giungono in mezzo a noi da altre parti del mondo.

Nella Regione Ecclesiastica piemontese ci sono 17 diocesi guidate da 15 Pastori. E’ ancora all’ordine del giorno una revisione dei confini diocesani?

In realtà sono due le questioni aperte, quella della revisione dei confini, che dovrebbe comportare modifiche di confini tra le diocesi attualmente esistenti, e quella dell’accorpamento delle diocesi, che dovrebbe portare alla fusione di due diocesi in una. Entrambe sono delicate perché toccano l’identità e la storia di comunità costituite. D’altra parte è evidente a tutti che la situazione è drasticamente cambiata rispetto al passato e che al di sotto di certi numeri diventa difficilmente sostenibile l’organizzazione di una diocesi. Accanto alla dimensione organizzativa sono però in ballo valori importanti quali la vicinanza del vescovo al popolo che gli è affidato, la possibilità di vivere relazioni e di realizzare progetti a misura d’uomo.

La Conferenza regionale dovrebbe riprendere la riflessione avviata alcuni anni fa quando si era espressa a favore di una semplice revisione dei confini e la messa in comune di alcuni servizi amministrativi e pastorali tra diocesi vicine. Nel frattempo, però, diverse cose sono ancora cambiate e sono cambiati anche molti membri della Conferenza.

I vescovi di Piemonte e Valle d’Aosta

Stiamo vivendo il secondo anno del cammino sinodale,  dal suo osservatorio quale immagine può tratteggiare di questa esperienza?

Credo che in prima linea non siano i contenuti emergenti, per quanto importanti, ma il fatto che comunità e gruppi abbiano ritrovato il giusto di ritrovarsi e confrontarsi a partire dal Vangelo sulla loro situazione e su quella del territorio che vivono e al quale sono inviati come evangelizzatori e testimoni. Dobbiamo essere bravi a trasformare questa esperienza in uno stile permanente di Chiesa capace di ascoltare, incontrare e accogliere tutti senza perdere la propria identità di discepoli di Cristo e del suo Vangelo.

Ovviamente anche i contenuti che emergono nella conversazione spirituale avviata sono importanti per il discernimento sapienziale che costituirà la fase successiva a quella narrativa del percorso sinodale delle diocesi italiane.

Anche in Piemonte e in Valle d’Aosta pesano i timori per la guerra, per la crisi economica. Ancora si respira il peso della recente pandemia. Stiamo per celebrare il Natale fonte di speranza. Qual è il suo augurio?

Il mio augurio è che ognuno di noi si faccia operatore di pace nel proprio ambiente. È certamente urgente oggi promuovere una cultura di pace. Essa si costruisce con la conoscenza della storia e la riflessione etica e politica, ma non possono mancare i gesti concreti che modificano le relazioni e incidono nella vita e nell’intelligenza delle persone imprimendosi come esperienze capaci di diventare paradigmatiche rispetto al modo di stare al mondo. È quanto ha fatto Gesù , il Principe della pace, impostando il suo insegnamento e le sue relazioni sulla mitezza e il perdono fino al vertice della croce. Noi suoi discepoli da lui impariamo e lui imitiamo.

Più volte ha sottolineato la necessità di domande di senso. Spesso la fede, la presenza di Dio nel mondo, nella vita di ciascuno rimangono sullo sfondo. Qual è il suo messaggio, per il nuovo anno, alla comunità cristiana e alla società civile?

Ho letto in questi giorni su “Costruire la città”, periodico della Delegazione regionale di Azione Cattolica, una riflessione di Piero Reggio su cattolici e politica che può esprimere l’augurio che vorrei formulare. L’autore si domanda: «se – e in che misura e in che modo- i cattolici debbano occuparsi di politica. In fondo la risposta non è troppo complicata: il cristianesimo è una religione incarnata, che sta dentro la storia, non fuori. Quindi deve seguire (talora subire) gli avvenimenti della storia. Perciò è evidente che il cristiano si deve occupare di politica (con la P maiuscola). Può cambiare il modo di occuparsene, ma l’alternativa non è tra occuparsene o disinteressarsene… Come ricorda papa Francesco, occorre “scendere dal balcone” e inserirsi nel flusso della storia». Il mio augurio è che la comunità cristiana non abbia paura di incontrare e confrontarsi con altre esperienze e non faccia mancare la voce e l’ispirazione del Vangelo laddove si genera cultura politica e sociale, laddove si costruisce il futuro, laddove si pongono le basi della convivenza civile. Possa incontrare uomini e donne aperti, disponibili al dialogo, preoccupati del bene comune e non pregiudizialmente chiusi alla proposta cristiana. L’incontro permetta l’elaborazione di valori condivisi.