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La sfida delle intelligenze artificiali

Si tende oggi a dimenticare che la più parte dei sistemi di IA sono proprietà di aziende private che vogliono farci credere e, quindi, farci fare cose nel loro esclusivo interesse

La promessa di un potenziamento, e quindi d’una trasformazione, sia dell’uomo sia della società, che le tecnologie convergenti del gruppo NBIC (Nanotecnologie; Biotecnologie; Information technologies; Cognitive sciences) oggi fanno, dà conto della straordinaria attenzione che la tecnoscienza va ricevendo in una pluralità di ambiti: da quello culturale a quello scientifico, da quello economico a quello politico. Il fine non è solamente il potenziamento della mente, e neppure solamente l’aumento della capacità diagnostica e terapeutica nei confronti di tutta una gamma di patologie, e neppure ancora il miglioramento dei modi di controllo e manipolazione delle informazioni. Ciò verso cui si vuole tendere è l’artificializzazione dell’uomo e, al tempo stesso, l’antropomorfizzazione della macchina. È a Julian Huxley che si deve l’invenzione della parola transumanesimo, per descrivere un mondo futuro in cui avremo una continua ibridazione dell’umano. Come movimento globale, il transumanesimo si è sviluppato nella Silicon valley, in seguito alla fondazione, vent’anni fa, in California dell’Università della singolarità a opera di Ray Kurzweil. Ritengo sia giunto il momento di sollevare su tale questione il velo del silenzio, aprendo un confronto di alto profilo filosofico e teologico.

Il dibattito etico sull’Intelligenza artificiale (IA) risale agli anni Sessanta, ma è solo in tempi recenti che si sono andati definendo i problemi della delega e quelli della responsabilità da attribuire alla IA. Sono le smart machines agenti morali, responsabili oppure no? Saranno gli algoritmi a governarci in tutti quei casi in cui le persone non sono in grado di prendere decisioni? Dai robot di terza generazione applicati al reclutamento del personale nelle aziende, alla diagnostica medica, dai social network ai voli aerei, dai big data ai motori di ricerca: ci affidiamo sempre più a complesse procedure cui deleghiamo, di fatto, l’esecuzione di operazioni che noi esseri umani, da soli, non sapremmo eseguire. Eppure, se un programma algoritmo commette un errore non ne paga le conseguenze. E allora?

Per comprendere la portata dell’algoritmico, si consideri che se si disattiva, mediante stimolazione magnetica transcranica, una particolare zona della corteccia cerebrale, i soggetti aumentano notevolmente il loro comportamento prosociale, e questo li porta a fidarsi degli altri in misura accresciuta. In particolare, somministrando per via nasale una certa quantità di ossitocina (un ormone prodotto dall’organismo di molti mammiferi), si è scoperto che ciò deattiva l’attività cerebrale di una specifica regione del cervello (l’amigdala) deputata a controllare il comportamento degli individui nelle relazioni intersoggettive. Si pensi, inoltre, a interventi volti al potenziamento cognitivo che agiscono su attributi come l’attenzione, la memoria, la riduzione dell’affaticamento intellettuale. Già vengono praticate tecniche come la stimolazione cerebrale profonda (deep brain stimulation), che prevede l’impianto di un microchip nel cervello; oppure come la stimolazione transcranica a corrente diretta (transcranical direct current stimulation), che prevede la stimolazione dell’encefalo con dosi di corrente elettrica. E così via.

Si osservi che il tentativo di attribuire l’origine del senso morale alla biologia – tentativo che riduce il senso morale a mera chimica cerebrale – se da un lato può sortire effetti desiderati rispetto a ciò che è funzionale al buon andamento degli affari, dall’altro annulla lo spazio della libertà e quindi lo spazio della responsabilità individuale. Vedere il pensiero morale come intrinseco al cervello umano, piuttosto che come prodotto di volontà e di cultura, comporterebbe un arretramento serio e pericoloso rispetto al modello di civilizzazione costruito negli ultimi due millenni.

Cosa succede se ci fidiamo delle previsioni degli algoritmi predittivi, cui affidiamo sempre maggiori responsabilità? È vero che le nuove macchine sono in grado di apprendere continuamente dalla realtà, modificando i propri comportamenti (machine learning). Ma l’algoritmo è “allenato” su dati storici che quasi mai riflettono la situazione corrente, col rischio di generare distorsioni e/o discriminazioni. È così che si diventa ostaggi di profezie che si autoavverano, limitando la nostra libertà di azione. Ma v’è di più. Si tende oggi a dimenticare che la più parte dei sistemi di IA sono proprietà di aziende private che vogliono farci credere e, quindi, farci fare cose nel loro esclusivo interesse.

Quello del transumanesimo, che si propone il superamento di ciò che è umano, è una sfida di estrema radicalità. Esso è all’opera in gran parte delle agende di ricerca nei campi più avanzati del sapere. Il transumanesimo si propone l’alterazione della condizione umana attraverso la ragione e la tecnologia, per aiutare l’umanità a entrare in una fase caratterizzata non più dalla selezione naturale, ma dalla selezione intenzionale. Come si esprimono Nick Bostrom e Max More, si tratta di passare dall’homo sapiens all’homo technologicus: la machina loquens si va umanizzando, e l’uomo si va macchinizzando sempre più.

Si può comprendere, allora, quant’è urgente lanciare un progetto neo-umanista che ponga al centro la persona. Una delle ultime conquiste dell’IA sono i modelli linguistici di notevoli dimensioni (large language models), che possono scrivere testi o dipingere quadri sulla base dei dati sollecitati da una persona. I risultati sono sbalorditivi. Ma possiamo fidarci di una IA super efficiente nell’imitazione, ma che non sa chiedersi il perché di ciò che fa? Di fronte a questo scenario la teologia cattolica che cos’ha da dire? In tutta onestà, non possiamo non riconoscere un preoccupante ritardo nell’elaborazione di un progetto neo-umanista capace di porsi come alternativa credibile all’avanzamento del transumanesimo (e del post-umano). È allora giunto il tempo di mettersi a pensare seriamente, come sempre la Chiesa ha saputo e voluto fare.

*(Fonte Vita Pastorale)