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Il ritorno degli stati nell’Unione Europea

Nel quadro della “economia di guerra” in corso, gli aiuti di Stato tornano sulla scena, come strumenti per fare fronte al rischio di recessione economica

Girava un tempo una battuta secondo la quale “Stato” era ormai diventato il participio passato del verbo “essere”, qualcosa che c’era e non c’è più. Il riferimento era alla trasformazione di una “comunità organizzata politicamente” verso una sommatoria di soggetti, individuali o collettivi, impegnati a soddisfare i propri interessi, anche a spese della comunità.

La battuta non era priva di fondamento ma dimenticava la vitalità di una comunità, in particolare se confrontata a sfide straordinarie come sono state, prima la pandemia e, adesso, la guerra in Europa. Il ritorno dello Stato e dell’intervento pubblico nell’economia e nella vita sociale lo abbiamo visto all’opera in Europa nella lotta alla pandemia con l’operazione dell’approvvigionamento collettivo dei vaccini e, più ancora, con la creazione di un debito pubblico europeo, come strumento di solidarietà tra i 27 Stati dell’UE, per sostenere l’economia e contrastare il disagio sociale.

Appena due anni dopo gli Stati europei sono tornati insieme per affrontare l’aggressione della Russia all’Ucraina, assumendo costi importanti tanto sul versante umanitario che su quello militare, anche se con dimensioni e disponibilità diverse a seconda anche della loro posizione geografica e della loro tradizionale politica estera, come nel caso della Polonia e della Germania.

Questo ritorno in forza dell’attore pubblico ha potuto contare finora su un ampio sostegno dell’opinione pubblica europea e sta modificando anche il futuro della nostra economia. Per limitarci solo a questo settore è interessante soffermarci un momento su un tema all’apparenza tecnico, ma politicamente rilevante, come quello degli “aiuti di Stato” nell’Unione Europea.

All’esplosione della pandemia nel 2020 gli Stati UE avevano, da una parte, rapidamente sospeso i vincoli finanziari del “Patto di stabilità” e allentato, dall’altra, le restrizioni agli “aiuti di Stato”, una regola fondamentale nell’UE per salvaguardare una corretta concorrenza, non alterata da sostegni pubblici alle imprese nazionali tali da mettere in pericolo una corretta concorrenza nel mercato unico europeo.

Adesso, nel quadro della “economia di guerra” in corso, gli aiuti di Stato tornano sulla scena, come strumenti per fare fronte al rischio di recessione economica e consentire all’economia europea di reggere all’urto di una crisi che potrebbe durare ancora a lungo.

Questa esigenza mette l’UE davanti a un bivio: allargare le maglie per consentire ai singoli Stati membri di “finanziare” le loro imprese nazionali oppure dotare l’UE di nuove risorse comuni per affrontare insieme le esigenze di tutti e difendere la già fragile coesione comunitaria.

La prima opzione, non a caso, è quella perseguita da Germania e Francia, due Paesi che in questo ultimo anno già hanno approfittato largamente di questa opportunità: dei 672 miliardi, consentiti  nell’UE per questo genere di aiuti, il 53% sono stati tedeschi, il 24% francesi, il 7% italiani e il restante 16% degli altri 24 Paesi membri. Questi squilibri, resi possibili dalle diverse disponibilità  dei bilanci nazionali, mettono a rischio la tenuta del mercato unico e penalizzano quei Paesi che, come l’Italia, non hanno margini nell’impiego della loro finanza pubblica.

L’altra opzione è quello della solidarietà europea attraverso la creazione di un un Fondo sovrano comunitario: è la proposta lanciata da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, a Davos e sostenuta anche dall’Italia. Sarà una strada in salita, vista la diffidenza dei “falchi del nord” a ripetere un’operazione come quella del “Piano europeo per la ripresa”, preoccupati in particolare per lo stato di avanzamento del nostro “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR) e per il continuo rinvio delle riforme che questo prevede per l’Italia.

Torna a farsi sentire, con gli “aiuti di Stato” nazionali, l’urgenza di costruire una nuova Unione Europea in grado far convergere le risorse dei suoi Stati membri verso obiettivi comuni. Lo dovrebbero capire per primi i governi tentati da nostalgie sovraniste.