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Un nuovo Piano Marshall per l’Africa

 Il 2 marzo scorso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è recato a Crotone per le 71 vittime recuperate dal naufragio di domenica 26 febbraio. È rimasto in silenzio, simbolo unitario del dolore del Paese per la tragedia di Cutro. L’immigrazione suscita spesso sentimenti razzisti. E le forze politiche si dividono in modo strumentale. Eppure, da una parte assistiamo inermi a chi fugge da guerre e miserie, dall’altra, le economie europee soffrono la crisi demografica di un continente sterile, circondato però da popolazioni giovani e da Paesi in crescita.

Nei primi mesi del 2023 gli sbarchi in Italia sono triplicati: il 28 febbraio erano 14.433 i migranti sbarcati rispetto ai 5.474 del 2022 e ai 5.033 del 2021. Con cifre simili non basta fermarsi alla mera accoglienza. Ci sono domande morali centrali per le società che accolgono, come “chi è l’altro per me?”. Così pure l’insegnamento evangelico: «Ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25,35). Allo stesso tempo, la gestione culturale e politica del fenomeno migratorio spinge a chiedersi come gestire questi flussi di persone all’interno di una convivenza pacifica e democratica.

Nel dibattito pubblico non si fa riferimento allo ius communicationis, il principio che ispira le principali Convenzioni e Istituzioni di diritto internazionale in tema di immigrazione. Eppure, tra il 1538 e il 1539, nell’Università di Salamanca il domenicano Francisco de Vitoria, nella sua Relectio de Indis, fondava il diritto di ogni persona a potersi muovere sul territorio di altri Stati quale straniero o pellegrino. Scriveva: «È privo di umanità ricevere o trattare male gli ospiti e i pellegrini senza particolare motivo; al contrario, è umano e lecito accoglierli adeguatamente, a meno che gli stranieri rechino pregiudizio alla Nazione di arrivo». Da allora l’accoglienza si fonda su un sentimento di umanità, che si traduce in ospitalità, reciprocità nell’accoglienza e riconoscimento dell’altro in nome della comune appartenenza al genere umano. Su questo presupposto si sono scritte le Convenzioni internazionali, la governancesull’immigrazione e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Invece la discussione politica sull’immigrazione è passionale, spesso piena di polemiche che impediscono un dialogo costruttivo. Si rischia di considerare “cattivi” o “disobbedienti” le persone e le organizzazioni che salvano vite umane in mezzo al mare. Papa Francesco ha usato quattro verbi per descrivere un’azione politica che miri all’integrazione: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. È un programma che richiede un cambio di mentalità profondo della classe dirigente.

La Chiesa in Italia è impegnata in prima linea per l’accoglienza con strutture e ingenti risorse. Il presidente Cei, il cardinale Zuppi, ha ricordato: «Bisogna aiutare i migranti a partire ma anche a restare». Per farlo occorre tenere insieme tutte le argomentazioni delle parti politiche: aiutare gli immigrati nei Paesi di provenienza, perseguire gli scafisti, creare corridoi umanitari, soccorrere in mare come obbligo morale… Permettersi di scegliere alcune azioni ed escluderne altre, fa pagare il prezzo più alto alle persone più deboli. Anche il Papa, all’Angelus del 5 marzo, ha detto: «I trafficanti di esseri umani siano fermati, non continuino a disporre della vita di tanti innocenti! I viaggi della speranza non si trasformino mai più in viaggi della morte! Le limpide acque del Mediterraneo non siano più insanguinate da tali drammatici incidenti!». 

Infine, Romano Prodi propone un piano Europa-Cina per regolare i flussi migratori, una sorta di Piano Marshall per l’Africa. Le migrazioni sono sempre esistite, ma fanno paura se non sono gestite.

*fonte: Vita Pastorale