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La passione oggi sui barconi della morte

Migrare è un diritto, e chi parte per disperazione non va colpevolizzato

C’eravamo tanto illusi, anni fa, di non dover più assistere a scene come quella di Aylan, il bimbo siriano, tre anni, spiaggiato sulla costa di Bodrum, in Turchia. Fuggiva dalla guerra, assieme ai genitori, nella speranza di un futuro migliore. Quell’immagine del piccolo Aylan, pantaloncini corti e maglietta rossa, il viso riverso sulla sabbia, aveva commosso il mondo intero. E suscitato immensa commozione, mista a indignazione e promesse che mai più avremmo visto simile orrore. Speranza vana, evaporata col passare del tempo. Senza che qualcosa sia davvero cambiato. Anzi, a prevalere è tuttora l’indifferenza, la tentazione di volgere lo sguardo altrove. Ideologia e propaganda politica annullano l’umanità. Così muri e fili spinati continuano a respingere gli “invasori”, spesso giovani donne incinte e neonati. Intanto, le tragedie in mare si susseguono, in una lunga catena di morti, dolore e disperazione. Dramma senza fine, sia per chi muore tra le onde del mare che per chi sopravvive, e resta orfano o senza parenti.

Tragedie possibili da evitare, con più accoglienza, inclusione e solidarietà. A ogni livello, a cominciare dalla politica. Quindi, più corridoi umanitari e meno respingimenti: vie sicure e legali d’ingresso svuoterebbero i barconi della morte. Gli immigrati non sono “merce di scambio” né “carico residuale” o numeri per statistiche: sono esseri umani. Quel che è successo, il 26 febbraio scorso, sulle spiagge di Cutro, con più di settanta morti (di cui quindici tra neonati e bambini) e trenta dispersi circa, non è soltanto l’incidente di un vecchio caicco che si sfascia su una secca, a pochi metri dalla costa. È una tragedia immane, che ci riguarda tutti, perché mette a nudo l’assenza di una seria politica sull’immigrazione, a livello nazionale ed europeo. Non bastano le “toppe” a tragedia avvenuta o il “pugno duro” contro scafisti e trafficanti di esseri umani se, al tempo stesso, si complica la vita alle Ong che salvano vite in mare e non si accolgono i naufraghi nel porto più vicino e sicuro.

Chi fugge da un Paese in guerra, come Afghanistan o Siria, mettendo a rischio la sua vita e quella dei propri cari, non è un irresponsabile, ma un disperato. È vittima delle nostre chiusure ed egoismi. Quei migranti di Cutro sono i Cristi d’oggi, appesi ai relitti d’una barca. «Se siamo cristiani non possiamo non essere accoglienti», ha detto l’arcivescovo di Crotone, monsignor Panzetta, nella Via crucis in spiaggia, con una croce sbilenca fatta coi legni del barcone affondato (foto). «Vedendo travi e legni ho pensato alla croce di Gesù», ha commentato don Francesco Loprete. «Anche questo legno grezzo e freddo porta il corpo di tanti innocenti morti per colpe che non hanno commesso». Un dramma, quello di Cutro, che non ha confini tra religioni, ma unisce vescovo e imam nella preghiera all’unico Dio, affinché «non si infrangano i sogni e le speranze di migliaia di uomini e donne emarginati, sfruttati, perseguitati e abbandonati da tutti». Nell’assordante rumore del rincorrersi di accuse e giustificazioni, molto eloquente è stato il silenzioso omaggio del presidente Mattarella alle bare allineate nel Palazzetto dello sport di Crotone, soprattutto quelle bianche dei bambini. E anche il suo monito, a distanza di giorni, all’università di Potenza: «Il nostro Paese si è commosso. Ora Italia e Unione europea facciano scelte concrete». Migrare è un diritto, e chi parte per disperazione non va colpevolizzato. «I poveri sono la carne di Gesù», ha detto l’arcivescovo di Crotone. «Quelli che hanno perso la vita in questo mare sono la carne di Gesù. Non vogliamo un’Europa col filo spinato, un’Europa nella quale è difficile trovare accoglienza». 

*direttore Vita Pastorale

(fonte Vita Pastorale)