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La lezione che l’Italia fatica ad apprendere

La popolazione italiana non cresce più. Gli immigrati non sono una emergenza

Sono passati quasi del tutto inosservati. Eppure gli ultimi dati forniti dall’Istat sono, questi sì, da vera emergenza. Al punto che un giornale straniero, il New York Times, ha potuto titolare – sia pure con il punto interrogativo – che l’Italia è destinata a scomparire. È questa la sfida più importante che il Paese e coloro che lo governano sono chiamati ad affrontare. Con urgenza e con il massimo delle risorse a disposizione. Il quadro è preoccupante: la natalità è al minimo storico. Per la prima volta dall’unità del Paese le nascite sono state meno di 400 mila. Per la precisione: nel 2022 sono nati soltanto 393 mila bambini. Che, per ogni mille abitanti, vuol dire meno di sette neonati rispetto a più di dodici decessi. Un punto vicino al non ritorno; ma forse l’abbiamo addirittura già superato. La popolazione italiana non cresce più: sono 179 mila le persone in meno rispetto al 2022. È come se, ogni anno, sparisse una città grande quasi come Brescia. Popolazione sempre più anziana. E massimo storico per gli ultracentenari che, in questi ultimi due decenni, hanno sfiorato la soglia di 22 mila unità. Un record, poi, va alla Liguria, la “regione più anziana” d’Italia, che tra ultraottantenni e over 65 sfiora il 40 per cento della popolazione. L’età media, a livello nazionale, ha raggiunto i 46,4 anni. Con le conseguenze economiche e sociali che ciò comporta. La recessione demografica, di solito, va di pari passo con quella economica. L’inverno demografico necessiterebbe di un solido welfare, dagli assegni familiari agli incentivi al lavoro femminile, per evitare che la nascita di un figlio diventi fattore di povertà e non di crescita e sviluppo. Come già avviene in altri Paesi europei, Svezia e Germania in particolare, che hanno invertito il trend negativo della natalità. «Sbloccare la scelta di avere un figlio», scrive Alessandro Rosina, demografo della Cattolica di Milano, «è l’indicatore più sensibile della capacità di mettere le nuove generazioni nelle condizioni di vivere un presente che investe positivamente nel futuro, un futuro che non deve fare paura». Così come non dovrebbero spaventarci i flussi migratori, anche quando sono in aumento come in questi mesi, se affrontati con politiche inclusive e lungimiranti. L’immigrato ben accolto è una preziosa risorsa, di cui abbiamo immenso bisogno, e non un pericolo da evitare o allontanare. Risorsa non soltanto economica ma anche demografica, se solo comprendessimo che i figli degli stranieri nati e cresciuti nel nostro Paese sono italiani di fatto, cui va riconosciuta, senza indugi, la cittadinanza.

Gli immigrati non sono un’emergenza. Né occorre dichiarare uno “stato di emergenza” per affrontarne i flussi. Non siamo di fronte a fenomeni eccezionali quali alluvioni, terremoti o pandemia. 

Da gennaio ad aprile di quest’anno sono sbarcati sulle coste italiane 31 mila persone circa. Soltanto lo scorso anno, però, l’Italia ha accolto senza problemi, anzi con generosità, 170 mila profughi dall’Ucraina. Il decreto flussi 2023 del governo prevede 80 mila ingressi di lavoratori stranieri, a fronte di 300 mila richieste avanzate dal mondo del lavoro: aziende, industria, turismo, agricoltura… Semmai ci sarebbe bisogno di rafforzare e ampliare un serio piano di integrazione: costa meno accogliere che respingere. Le emergenze nel Paese sono altre: povertà in crescita, mancanza di lavoro, precarietà giovanile, difficoltà per le famiglie di arrivare a fine mese con la spesa. Tanto per citarne alcune. Assurde politiche basate su respingimenti, barriere, riduzione dei diritti non hanno futuro. L’immigrazione va affrontata con umanità e solidarietà, senza farne una battaglia ideologica e identitaria, con facili allarmismi. «Dobbiamo fare sistema e dare risposte che guardino avanti e tengano presente il mondo», ha detto il cardinale Matteo Zuppi, presidente Cei. I diritti vanno garantiti e «l’illegalità si combatte con la legalità». Accogliere con dignità è possibile. Ma questa lezione l’Italia fatica ad apprenderla.

fonte Vita Pastorale