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Una testimonianza di carità universale

Le Caritas di Piemonte e Valle d'Aosta gemellate con la Caritas di Gibuti nel Corno d'Africa

Il primo compito per una comunità cristiana “di minoranza” è aiutare ad aprire gli occhi sul bisogno di umanità e ad aprire il cuore nel farsi carico di costruirla. Così ha descritto l’essere e l’agire della chiesa cattolica in Gibuti il suo vescovo Giorgio Bertin incontrando le Caritas diocesane di Piemonte e Valle d’Aosta il 19 maggio scorso a Torino. La rete subalpina di animazione alla carità inizia in questo modo un percorso di gemellaggio con la Caritas del Corno d’Africa che porterà, a fine novembre prossimo, il vescovo Piero Delbosco e tre direttori a restituire la visita ricevuta tra il 17 e il 19 maggio dal direttore padre Solomon Panneerselvam con le fermate nei territori di Acqui Terme, Asti, Saluzzo, Fossano e Torino. Caritas Gibuti, nata come sezione del Secours Catholique francese si è resa autonoma poco dopo la metà degli anni Settanta. È una piccola realtà ma molto attiva specie nei confronti dell’aiuto ai minori soli che vivono in strada, fenomeno che riguarda ragazzi tra i 6 e i 18 anni per lo più di origine etiopica. Non può gestire centri di accoglienza, ma offre occasioni diurne di ristoro, docce, vestiario, cure mediche o percorsi per agevolare il rientro in patria. Forte anche l’impegno per la salute attraverso una infermeria sociale a cui accedono anche i migranti in transito dalle nazioni più interne verso la penisola arabica, appena una quindicina di chilometri dalle coste gibutine, al di là del Mar Rosso. Poco meno di 1 milione sono gli abitanti stabili nella ex Somalia francese, ma quasi 800 mila sono le persone che transitano ogni anno come migranti. Una quarantina i nuclei familiari stabili che vivono senza dimora nella capitale e accedono ai servizi di assistenza di Caritas. Ma l’impegno più oneroso per la chiesa cattolica riguarda cinque centri di alfabetizzazione sparsi in tutto il paese dove vengono formati ragazzi, rigorosamente di fede musulmana, che non avrebbero alcuna altra possibilità. Uno di questi vede la presenza delle Missionarie della Consolata. «Chi ci conosce ci stima e ci rispetta» racconta mons. Bertin per indicare come si possa essere significativi nonostante i cattolici siano meno di duemila, di cui una parte consistente di stranieri in servizio presso le sei basi militari internazionali presenti, compresa quella italiana. «Quando dico di avere solo cinque preti per questa popolazione – chiosa il vescovo – alcuni confratelli pensano che in fin dei conti siamo ben messi. Ma non siamo mandati solo ai cattolici! Ecco il valore della testimonianza di carità che parla una lingua universale». Come si concretizzerà il gemellaggio ancora non è definito, ma certamente sarà fatto di vicinanza e di scambio di doni per comprendere sempre meglio missione e visione di Caritas. L’attenzione ai bambini di strada e alla loro istruzione sarà un filo rosso da intrecciare con il sostegno alla piccola struttura organizzativa di Caritas Gibuti, chiamata a sostenere impegni non indifferenti anche a livello amministrativo e gestionale. La sfida è lanciata e sta nelle mani di tutte le Caritas diocesane e parrocchiali di Piemonte e Valle d’Aosta. Fin da ora inizi la preghiera che costruisce fraternità.

*Delegato Regionale Caritas