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Francia: la risposta di Macron agli scontri

Un presidente-monarca che pensa di poter parlare direttamente al popolo

Le violenze esplose in Francia nei giorni scorsi a seguito dell’uccisione di un diciassettenne da parte della polizia, in occasione di un banale controllo di identità, interrogano la politica e la società di un Paese che con la Rivoluzione del 1789 ha contribuito  modellare la nostra Europa di oggi, anch’essa chiamata a riflettere sul suo futuro di società multiculturale.

La storia e la politica francese hanno caratteristiche proprie, ma anche similitudini con altri Paesi UE, oggi ancora indenni da forme esasperate di violenza sociale quali ricorrenti in Francia, come  nei primi vent’anni di questo secolo.

Il pensiero va inevitabilmente alla “rivolta delle periferie” – le “banlieus” – scatenata nel 2005, dopo la morte di due giovani magrebini, morti fulminati in una cabina elettrica mentre cercavano di sfuggire alla polizia o, a cavallo tra il 2018-2019, alle proteste dei “gilet gialli” per un insopportabile aumento del carburante o ancora, nei mesi scorsi, alle imponenti manifestazioni contro la riforma delle pensioni.

Si moltiplicano in questi giorni i tentativi di individuare le cause di questi movimenti sociali: per alcuni avrebbero la loro radice nella ribellione contro l’emarginazione vissuta nelle periferie, per altri nella mancanza di futuro percepita da queste nuove generazioni, mentre molti tendono ad escludere un conflitto etnico-religioso, quale denunciato strumentalmente da settori politici di destra per scopi elettorali.

Tutti elementi che si intrecciano, ma che vanno letti sullo sfondo di un assetto istituzionale e politico che la Francia si porta dietro dai lontani tempi della monarchia, mai del tutto eliminata dalla ghigliottina. Il sistema presidenzialista francese ripropone la figura di un moderno monarca, presidente della Repubblica con a servizio un primo ministro da sacrificare quando necessario e con un Parlamento aggirabile, come nel caso della riforma delle pensioni, senza dimenticare la limitata indipendenza della magistratura.

Tutto questo con buona pace di Montesquieu, il quale non solo predicava la divisione dei poteri ma, sapendo che questo non sarebbe potuto bastare per un buon governo, invocava un ruolo importante per la società civile, quei poteri intermedi organizzati dai quali doveva dipendere una effettiva partecipazione alla vita della comunità.

La Francia non solo, come molte altre democrazie, ha visto declinare il ruolo dei partiti e la partecipazione elettorale, ma registra anche una debole presenza di quei corpi intermedi che contribuirebbero a coniugare democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa.

In questo quadro, pesa anche la modesta forza delle organizzazioni sindacali, poco consultate dal potere centrale, e dal “monarca” in particolare, e quindi indebolite nella gestione dei movimenti sociali.

Un presidente-monarca che pensa di poter parlare direttamente al popolo, finisce per  spingerlo direttamente alla Bastiglia, luogo della ribellione, annullando spazi di mediazione e dilatando gli interventi delle forze dell’ordine, come avviene regolarmente in caso di proteste.

Non sfugge a nessuno che il caso francese, pur nelle sue specificità, interroga il futuro delle nostre democrazie europee dove cresce la distanza tra il potere e i cittadini: una distanza che è urgente colmare, anche evitando riforme istituzionali che accrescono la concentrazione del potere,  impediscono ai poteri di controllo di intervenire e ai cittadini di sentirsi protetti da derive autoritarie.