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L’Europa insensibile a guerra e immigrati

La pace è possibile davvero se la si vuole e la si cerca. Immigrazione: inascoltati i tanti SoS

Celebrazioni istituzionali ed eventi di differente natura hanno distolto, negli ultimi tempi, l’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica da temi e problemi ben più rilevanti. Sui quali, i politici in particolare, farebbero bene a cercare soluzioni concrete, che non siano solo passerelle e sterili annunci, per lo più di propaganda. Dopo più di un anno dall’invasione russa di Putin all’Ucraina, la guerra sembra quasi sparita dall’orizzonte mediatico. O per lo meno non ha più quell’intensità che un conflitto assurdo e devastante, nel cuore dell’Europa, meriterebbe. Nonostante le ripetute minacce dell’uso di bombe atomiche e l’incubo di un coinvolgimento in guerra di tutto il continente europeo, Italia inclusa. Non si vedono all’orizzonte seri tentativi almeno per una tregua all’inutile strage di vittime innocenti, alla devastazione di città e territori, con un carico di sofferenze immani. L’unica voce nella spirale di bombe e di morti è quella di Francesco, che non demorde dal promuovere tentativi di pace, appellandosi alla fraternità tra i popoli e alla comune fede religiosa tra Russia e Ucraina

Il Papa mette in guardia il mondo dalle nefaste conseguenze di questa Terza guerra mondiale in corso, combattuta a pezzi. «L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune», ha scritto ai capi di Stato del G7 riuniti a Hiroshima, in Giappone. Così come non si stanca di ricordare che non solo l’uso ma anche lo stesso possesso di ordigni nucleari è immorale, per il clima di paura e di sospetto che genera nel mondo.

In una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Francesco sprona l’Onu a uscire da quello stato di paralisi e impotenza in cui versa, e trovare soluzioni ai conflitti in corso, non solo quello in Ucraina. La pace è possibile, se davvero la si vuole e la si cerca. Occorre investire, con coraggio, non sulla corsa agli armamenti, ma sulla diplomazia e i negoziati. La guerra deve appartenere al passato, non al futuro del mondo. «È venuto il tempo», scrive Francesco, «di dire seriamente “no” alla guerra, di affermare che non le guerre sono giuste, ma che solo la pace è giusta». E agli Stati e alle industrie belliche che speculano sui conflitti nel mondo, il Papa ricorda che «i soldi guadagnati con la vendita delle armi sono soldi sporchi di sangue innocente».

L’altro tema su cui tenere accesi i fari dei mass media è quello dell’immigrazione.Dopo Cutro, a distanza di un mese e mezzo circa, un’altra terribile strage nel Mar Egeo, a poche miglia dalle coste greche, con più di seicento morti, per lo più donne e bambini. Un centinaio i sopravvissuti al naufragio del peschereccio partito dalla Libia con 750 immigrati stipati a bordo. Inascoltati i tanti Sos e allarmi nei giorni in balìa del mare, con forte vento e senza più acqua per dissetarsi. È questa, negli ultimi dieci anni, la più grave tragedia nel Mediterraneo, il cimitero più grande d’Europa. Il cinismo della Grecia e la disumanità dell’Europa non fanno onore al nostro continente. Il nazionalismo degli Stati affossa anche i valori di giustizia e di umana pietà. «L’Europa avrebbe potuto e dovuto evitare questa ecatombe», ha detto padre Ripamonti del Centro Astalli. «Manca la volontà degli Stati europei di istituire vie d’accesso legali e sicure per chi cerca protezione in Europa». Eppure, allargare i “corridoi umanitari”, accogliere e integrare migranti in cerca di speranza e lavoro, farebbe bene alla stessa Italia e all’Europa intera. La terra è di tutti e tutti hanno diritto a muoversi liberamente. Soprattutto se fuggono da Paesi in guerra e da condizioni di vita impossibili. Ce lo ricorda Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che si celebra a settembre, e dal tema: “Liberi di scegliere se migrare o restare”. Tutto il resto è meschinità di una politica di corto respiro.