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Attualizzare il metodo del Codice di Camaldoli

Oggi è necessario sviluppare una leadership di servizio che lavori davvero per il bene comune. Zuppi: una strada è una Camaldoli europea

E ora come andiamo avanti? È la domanda che mi sono sentito rivolgere più volte domenica, alla chiusura della tre giorni sugli Ottant’anni dal Codice di Camaldoli. Inutile nasconderlo o fare i falsi modesti: l’iniziativa che Toscana Oggi ha organizzato, con il supporto fondamentale della Conferenza episcopale italiana, dei vescovi toscani, della Comunità di Camaldoli e di Camaldoli cultura, ha avuto un risultato positivo, oltre ogni aspettativa. Certo molto hanno fatto la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenuto sul tema con un articolo pubblicato sul nostro giornale e su tutte le testate della Federazione italiana settimanali cattolici, la prolusione del presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Maria Zuppi, e la Messa che ha concluso i lavori celebrata dal segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Da tutti, in modo più o meno esplicito, è arrivato l’invito a guardare a avanti, a non pensare a una riproposizione del cosidetto Codice di Camaldoli, quello che i giovani cattolici iniziarono a elaborare nel luglio del 1943 – oggi sarebbe «datato» e superato -. Da questo piuttosto bisogna prendere spunto per un metodo di lavoro. Un metodo che potrebbe riportare i cattolici italiani a rispondere alle grandi e gravi sfide che la società del terzo millennio ci pone davanti, a smettere di nascondersi dietro sigle e movimenti che, come disse tempo fa Giuseppe De Rita, hanno spinto i cattolici ad autoinfliggersi, nell’ultimo trentennio, una duplice avvilente illusione: poter essere il lievito che entra nella pasta dei vari partiti condizionandone i programmi; ed esercitare con successo il potere come influenza, prescindendo dal potere come potenza. Parole ricordate dal cardinale Zuppi nel monastero del Casentino. Ed è stato lo stesso presidente della Cei a indicare anche un’altra strada, quella di «una Camaldoli europea», nella quale si torni a parlare davvero di democrazia e di Europa, facendo cessare i cannoni e tornando a confrontarsi, a ritrovare la sua anima e le sue radici.

Come ha sottolineato l’ex ministro Marta Cartabia, neppure nel 1943 i cattolici parlavano con una voce sola, ma il metodo imparato a Camaldoli permise loro di mettersi in ascolto anche di chi portava istanze lontane. E per il rettore della Lumsa Francesco Bonini oggi serve, com’era necessario allora, sviluppare una leadership di servizio che lavori davvero per il bene comune. Nel 1943 furono seminate piante che diedero frutti: perché ce ne siano altri occorre ricominciare il ciclo.

Chi a Camaldoli non è venuto ma si è divertito a sparare sentenze sappia che la porta del confronto è e rimarrà aperta. Dai presenti, giovani storici, giuristi ed economisti, abbiamo ascoltato un’importante lezione che, come ha detto l’arcivescovo di Firenze, il cardinale Betori, è importante per chi forse si flagella un po’ troppo: «qui abbiamo assistito a relazioni di alto livello, in profondità intellettuale, culturale, di studio. Il che dimostra che gli intellettuali cattolici non sono morti». Allora ripartiamo dalla cultura perché da qui partirono i giovani, molti sconosciuti, nel 1943. Non dobbiamo aver paura di farlo noi laici, e neppure la Chiesa. Sgombrando il campo dall’idea di un partito unico ma per avere la capacità di portare i principi, i valori e le istanze di chi non si arrende al materialismo o al liberismo, al mercato o a quella società plurale dove qualcuno pensa ancora di poterci confinare. Si tratta, come ci ha ricordato Mattarella nel suo articolo, di ripartire da quanto allora fu posto al centro dell’agire di quei giovani, molti dei quali lavorarono alla Carta costituzionale, dalla «dignità della persona e del suo primato rispetto allo Stato». Se ci riusciremo avremo risposto alla domanda che ci è stata fatta domenica. Noi vorremmo provarci: speriamo di trovare tanti che hanno voglia di seminare e camminare con noi.