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Dopo l’ottimismo estivo, la realtà dell’autunno

Da un lato dati che danno in ripresa l'Italia, dall'altra parte restano le incognite sugli esiti della rigoziazione del Pnrr

Con i tempi che corrono è simpatico che gli italiani vadano in vacanza rassicurati da qualche buona notizia, ci sarà tempo al ritorno per guardare più da vicino quale sia la salute economica e sociale del Paese.

Fonti diverse hanno contribuito a una provvisoria ventata di ottimismo: il Fondo monetario internazionale (FMI) che ha alzato, anche se di poco, la previsione di crescita per l’Italia, collocandola in migliore posizione di Francia e Germania, e l’Unione Europea con l’annuncio che finalmente dovrebbe arrivare la terza rata di 18.500 miliardi per il “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR). Ne hanno esultato le forze di maggioranza al governo, non così convinte quelle dell’opposizione, più attente a quanto potrebbe succedere in autunno. Proviamo a fare chiarezza.

Nel caso delle previsioni del FMI non vanno sottovalutate alcune considerazioni a partire dalle preoccupazioni per l’alto debito pubblico da ridurre dall’attuale 145% sul Prodotto interno lordo al 130% entro il 2028 per scendere al 90% in 20 anni. Un’impresa non facile da realizzare se non cresce il tasso di occupazione in Italia in linea con le percentuali europee e senza una crescita molto più alta dell’attuale, con un forte contenimento della spesa corrente.

Il FMI suggerisce due misure strutturali molto ostiche per i governi: una riforma fiscale che aumenti il gettito dello Stato e una riforma pensionistica che abbassi la relativa spesa in bilancio. In particolare il FMI punta i riflettori sulla riforma fiscale in corso che va in senso opposto con la “flat tax” e la mancata progressività del fisco. Pesa su questo capitolo una evasione fiscale attorno ai 100 miliardi all’anno, grazie anche agli annunciati condoni (che qualcuno chiama “pace fiscale”) e l’abolizione del tetto ai contanti.

Ma anche l’accordo sul PNRR, raggiunto i giorni scorsi tra la Commissione europea e il governo italiano, se guardato da vicino, invita a raffreddare gli entusiasmi.

Da una parte il pesante ritardo della terza rata, decurtata di 500 milioni per gli investimenti mancanti, non rafforza la credibilità dell’Italia che ha dovuto impiegare quattro mesi di trattative per raggiungere questo compromesso né suona del tutto rassicurante che l’intesa di principio sulla quarta rata ne preveda, se tutto va bene, il versamento a fine anno, anche qui con mesi di ritardo.

A questo va aggiunto che, per arrivare a questi risultati, sarà necessario un accordo su una revisione complessiva del PNRR che il governo ha annunciato entro il 31 agosto e che richiederà mesi per giungere ad un accordo.

Intanto per portare a casa le ultime rate è già stato necessario modificare l’impianto del PNRR e la distribuzione delle sue risorse ricorrendo a “definanziare” progetti già in programma, se non addirittura in corso di realizzazione, da parte degli Enti locali, in particolare nel Sud, con la promessa ancora vaga di un trasferimento della spesa su altri capitoli del bilancio dello Stato. Continua così il percorso ad ostacoli di uno straordinario strumento della solidarietà europea che ha generato il PNRR italiano con una dotazione di 191 miliardi di euro, negoziato dal governo Conte 2,  riformulato dal governo Draghi, riorganizzato nella sua gestione dall’attuale governo con un trasferimento di competenze dal Ministero dell’economia alla Presidenza del Consiglio che ne ha affidato revisione ed esecuzione al ministero per gli Affari europei e la politica di coesione. Un balletto amministrativo che non ha certo aiutato la buona realizzazione del PNRR e i risultati si vedono.