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UE: DAL SALARIO MINIMO AL SALARIO GIUSTO

22 Paesi su 27 hanno adottato lo strumento del salario minimo come argine estremo alla crescente povertà

L’Agenda 2030 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) colloca tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030 quello di “ridurre le disuguaglianze all’interno dei e fra i Paesi”: mancano sette anni alla scadenza e siamo lontani da quel traguardo. Anzi i dati dicono che le disuguaglianze aumentano.

Ce lo ha ricordato l’ultimo rapporto OXFAM lo scorso anno analizzando l’andamento delle disuguaglianze a seguito della pandemia: dal suo inizio il mondo ha contato un miliardario in più ogni 26 ore e i dieci miliardari più ricchi hanno raddoppiato la loro ricchezza, mentre nello stesso periodo più di 160 milioni di persone sono cadute in povertà. In estrema sintesi: il 10% della popolazione più ricca del pianeta possiede il 76% della ricchezza, mentre il 50% più povero il 2% della ricchezza e l’8% del reddito.

Va un po’ meglio nell’Unione Europea dove i 27 Paesi membri, pur fortemente diseguali per ricchezza e forza economica, vedono ciascuno i loro abitanti collocati in una fascia media nella distribuzione del reddito con indici di diseguaglianza più alti in Bulgaria,Lettonia e Lituania, più ridotti quelli in Italia, Germania e Spagna. Senza che questo impedisca forti disuguaglianze del reddito medio annuale nei Paesi dell’UE dove il reddito più alto percepito dal 20% della popolazione è 5 volte superiore al reddito percepito dal 20% della popolazione con il reddito più basso.

E’ anche su questo sfondo che vanno collocate le diseguaglianze in Italia, di reddito ma non solo, all’origine della proposta in favore di un salario minimo, in un Paese nel quale i salari complessivamente sono inferiori a quelli praticati nelle economie europee più avanzate, con alcuni settori particolarmente penalizzati, come nel caso di ampie fasce di lavoratori occupati nei servizi.

Il tema del salario minimo è attualmente oggetto di un duro confronto in Italia tra la maggioranza di governo e gran parte delle opposizioni ed è rinviato in autunno un orientamento che solleva più di un problema.

Intanto non è sufficiente fissare un livello di salario minimo orario se poi non si tiene conto del tempo effettivamente lavorato, come nel caso di tempi parziali o di contratti a tempo determinato, in alcuni casi anche di brevissima durata. Va inoltre valutata la sostenibilità economica con riferimento alla produzione di ricchezza del settore in cui si è occupati e la reale copertura contrattuale garantita dagli accordi sindacali, spesso assenti nei settori del “lavoro povero” o condizionati da sfavorevoli rapporti di forza tra le organizzazioni dei lavoratori e gli imprenditori, in particolare in una stagione di tensioni sul mercato del lavoro con disponibilità di manodopera a basso costo.

Nell’Unione Europea 22 Paesi su 27 hanno adottato lo strumento del salario minimo come argine estremo alla crescente povertà e alle diseguaglianze che si vanno diffondendo con grave pericolo per una pacifica convivenza civile e per la salvaguardia della democrazia.

A tutto questo, già di suo piuttosto complicato, si aggiunga che il salario minimo, non facile da fissare quanto alla sua composizione tra il lordo e il netto, evoca una misura di sapore assistenziale che mortifica il destinatario, se non è accompagnata da politiche attive del lavoro che favoriscano la dignità del lavoratore, come richiesto dall’art. 36 della Costituzione che riconosce al lavoratore il diritto ad una retribuzione “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Bisognerà presto mettere sul tavolo il tema del “salario giusto”, se si vuole contrastare derive discriminatorie e riprendere la strada maestra del progetto europeo imperniato su una autentica “economia sociale di mercato”, come dichiarato nell’art. 3 del Trattato di Lisbona.