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Lo scontro tra governo e magistratura

Lo scontro tra governo e magistratura mette in luce una lunga storia di tensioni, ma il presidente Mattarella suggerisce la via per un ritorno all'etica e al servizio ai cittadini.

È destinato a lasciare una crepa nella democrazia la polemica tra il governo e la magistratura dello scorso luglio. Sono bastate le vicende giudiziarie che hanno coinvolto la ministra Santanchè, il sottosegretario Delmastro e il figlio del presidente La Russa per determinare un duro botta e risposta tra i due poteri. Da una parte il governo, in un comunicato, ha accusato la magistratura di «schierarsi faziosamente nello scontro politico», dall’altra Santalucia – presidente dell’Associazione nazionale magistrati a cui appartengono 9.149 magistrati sui 9.657 in servizio – ha ritenuto la posizione del governo “pesantissima” che “delegittima” la magistratura e la colpisce “al cuore”.

In realtà, lo scontro di inizio estate è solo la goccia che fa traboccare il vaso di trent’anni di polemiche con due elementi nuovi: il vuoto lasciato da Berlusconi e la radicale riforma del ministro Nordio che prevede separazioni delle carriere, discrezionalità dell’azione penale e revisione del codice penale e di procedura penale.

Alcuni analisti la definiscono “una guerra a bassa densità”, iniziata nel 1992 con tangentopoli e proseguita con l’abuso degli avvisi di garanzia che condannano prima del processo e la minaccia del “tintinnar di manette”: immagine utilizzata al Csm da Oscar Luigi Scalfaro, all’epoca presidente della Repubblica e dello stesso Csm. Erano gli anni dell’abolizione dell’immunità parlamentare, del decreto-legge “salva-ladri” dell’allora ministro Biondi e di alcune leggi approvate per limitare il potere giudiziario.

Il rapporto tra potere politico e magistratura inscritta nella Costituzione è come la vedetta sul ponte di comando di una nave per valutare la qualità e la vita della democrazia stessa. Sono l’armonia e l’equilibrio tra i poteri e il rispetto del principio di legalità in un Paese a indicare se l’idea di giustizia è condivisa. Quando, invece, un Paese inizia a dividersi sulle riforme della giustizia, sulle finalità e la cogenza della legge, sul rapporto tra la magistratura e gli altri poteri dello Stato, sul modo di riabilitare i detenuti, allora occorre ripensare, integrare o addirittura fondare di nuovo il significato di giustizia a partire dalle scuole e dal dibattito sociale. La lunghezza dei processi, l’imporsi di forme di giornalismo giustizialista e la situazione in cui versa il sistema carcerario italiano sono tra le conseguenze più evidenti di un modello di giustizia in crisi.

Eppure lo scontro potrebbe ridursi attraverso un dialogo istituzionale maturo, gestendo il potere non come una continua prova di forza ma come un servizio ai cittadini. La classe politica per non temere nulla basterebbe che garantisse credibilità, competenza e onestà. Alla stessa magistratura basterebbe rispettare la forma e la sostanza del mandato costituzionale per amministrare la giustizia con “disciplina e onore”, evitando, per esempio, le fughe di notizie o la strumentalizzazione degli avvisi di garanzia.

Per il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la via maestra per trasformare il potere della magistratura in servizio è il ritorno all’etica personale e professionale. Nei suoi nove discorsi alla magistratura è possibile ricavare sette princìpi guida: 1) anzitutto «coltivare l’etica del dubbio e rifiutare ogni forma di arroganza cognitiva»; 2) curare il rispetto e la correttezza quando si comunica; 3) rifiutare ogni forma di protagonismo e di individualismo giudiziario; 4) dare esempio di sobrietà nella condotta individuale; 5) rispettare il confine tra l’interpretazione della legge e la creazione arbitraria della regola; 6) rispettare la deontologia per la crescita professionale; 7) coltivare la dimensione etica per garantire il rispetto dei doveri di imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo, equilibrio, rispetto della dignità della persona.

tratto da Vita Pastorale