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Democrazia e sinodalità. La sfida della partecipazione

Responsabilità, formazione e solidarietà: le linee guida condivise nella giornata di studio promossa dal Meic a Casale

pubblico convegno meic

Perché giovani e adulti fuggono dall’impegno? Esistono soluzioni per motivare alla partecipazione? Come costruire insieme la “casa comune”? Queste domande sono state al centro del convegno inter-regionale del Meic di Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia e Liguria che si è svolto a Casale Monferrato il 7 ottobre 2023. L’incontro “Democrazia e sinodalità. La sfida della partecipazione” ha affrontato senza timori e con intelligenza i motivi della crisi che attanaglia sia la vita civile (con le difficoltà che toccano tutte le democrazie), sia le comunità cristiane (con i faticosi tentativi di sinodalità).

La stretta connessione tra democrazia e sinodalità deriva dal fatto che entrambe riguardano i modi in cui nelle comunità si creano, si conservano e si trasformano legami positivi tra le persone, che contribuiscono a rafforzare la coesione sociale, in un caso, e alla comunione ecclesiale, nell’altro caso. Certamente “democrazia” e “sinodalità” non sono sinonimi, ma una permette di meglio comprendere l’altra. Ancora di più, questo doppio sguardo può suggerire nuove vie per rispondere allo sfilacciamento dei legami comunitari che indeboliscono le identità personali, la vita comune e, alla fine, anche le istituzioni che governano le comunità.

Gli interventi

Come è emerso dagli interventi al convegno di Filippo Pizzolato, dell’Università degli studi di Padova, e di Monica Quirico, della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Torino (come pure dalle parole di Renato Balduzzi e Monica Rimoldi che hanno moderato la giornata), la difficile tenuta della democrazia a livello sociale e gli ostacoli nello sperimentare forme di sinodalità nella Chiesa riflettono una “crisi di partecipazione” che attraversa in modo trasversale le scelte individuali, il rapporto del singolo con gli ambienti in cui vive e le istituzioni. Non a caso le considerazioni sull’astensionismo elettorale e sulla disaffezione verso gli organismi di partecipazione civile (per esempio, nella scuola o nei quartieri) si muovono spesso sulla stessa lunghezza d’onda delle lamentazioni sulle chiese vuote e sull’assenza dei giovani nelle parrocchie e nelle associazioni cattoliche.

Le difficoltà della partecipazione alla “casa comune” si amplificano ulteriormente se si passa dalla situazione nazionale italiana alla realtà dell’Europa e se osserviamo su scala globale le trasformazioni in atto. Uno dei nodi della partecipazione, oggi, è il modo con cui si costruiscono le relazioni comunitarie in società sempre più globalizzate e complesse, ma anche come si garantiscono e governano quelle relazioni in modo che siano rispettose di diritti e doveri condivisi. Le domande emerse durante il convegno sono molte, e nessuna di facile soluzione.

Chi decide? Escludere qualcuno dalle decisioni collettive limita soltanto la sua libertà oppure indebolisce l’intera comunità? Come si stabilisce l’equilibrio tra libertà individuali e solidarietà comunitaria? Esiste un modello unico di democrazia da esportare dall’Occidente al resto del mondo oppure la crisi attuale richiede di ripensare la rappresentanza politica come è stata elaborata dai sistemi liberali? E la sinodalità non rischia, alla fine, di essere una formula per confermare nella Chiesa cattolica un governo gerarchico, clericale e maschile? Le domande a cui bisogna trovare una soluzione riguardano proprio la sostenibilità (non soltanto ecologica) degli attuali sistemi di governo delle società e delle collettività e, in ultimo, il senso del vivere comune, del “buon vivere” degli individui e delle comunità.

Di fronte al diffuso malessere rispetto al senso della vita comune è evidente quanto sia inutile proporre soluzioni del passato o illudersi intorno a un rapido cambiamento di rotta in grado di cambiare il futuro. L’incertezza rispetto al domani non è l’origine del malessere, ma è una sua conseguenza. Le possibili soluzioni non sono nelle mani di altri se non nelle nostre. Il dialogo che si è sviluppato nella giornata del MEIC è un tentativo per non fermarsi in mezzo al guado e per scommettere sulla forza creativa e trasformatrice anche da parte di piccoli gruppi.

Quando è stata stabilita la data del convegno non si poteva immaginare la coincidenza esatta con lo svolgimento del Sinodo sulla sinodalità, la pubblicazione pochi giorni prima dell’esortazione di papa Francesco Laudate Deum sulla crisi climatica e la recente notizia del tema della prossima Settimana sociale dei cattolici italiani di Trieste (intitolata proprio Al cuore della partecipazione). D’altra parte, erano invece prevedibili l’instabilità crescente del sistema internazionale (dall’Ucraina all’Africa e al Medio Oriente) e la montante retorica sovranista circa la difesa degli interessi nazionali con la strumentale retorica sull’“invasione” dei migranti. Erano pure facilmente immaginabili quelle derive fondamentaliste che, in Italia e altrove, in nome di una tradizione in gran parte inventata, usano la religione per giustificare l’immobilismo di fronte ai cambiamenti.

Il convegno non è un punto di arrivo, ma una tappa di un percorso che ha origini nelle scelte compiute dal MEIC negli anni passati e, allo stesso tempo, guarda avanti. Innamorati come siamo della Costituzione italiana e del Concilio vaticano II radicato nel Vangelo, il nostro obiettivo – come singoli e come realtà di base – è essere anche noi “cuori pensanti” per un futuro che è già presente.

Tre parole sono ritornate nella giornata del MEIC e sintetizzano il senso di molte iniziative possibili: responsabilità, formazione, solidarietà. Responsabilità verso la “casa comune” per contrastare l’indifferenza che rende ciechi verso le necessità delle persone e le urgenze della società, formazione delle intelligenze e delle coscienze per illuminare la strada, solidarietà attiva per non perdere nessuno lungo il cammino.