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Sinodo. Repole: la Chiesa non è fatta solo da preti e vescovi

Rivelazioni sulla Sinodalità: Un Sinodo di libertà, corresponsabilità e discernimento nella Chiesa

Durante i lavori del Sinodo, in ottobre, sono trapelate poche notizie sul dibattito in corso fra i Vescovi e gli altri membri dell’assemblea: perché questa richiesta esplicita di riservatezza da parte del Papa?

Credo che il Papa avesse chiesto riservatezza per favorire la libertà nel dialogo, cioè per fare in modo che – in un mondo fortemente mediatico, come quello attuale – l’agenda del dibattito sinodale non fosse dettata dalle risonanze esterne.

Ora che la prima sessione del Sinodo si è conclusa, è possibile raccontare?

Direi che il documento conclusivo, la Relazione pubblicata la scorsa settimana, contenga una buona restituzione del lavoro svolto. Sappiamo che il Sinodo si svolge in due tempi e che una seconda sessione si terrà l’anno prossimo: la Relazione di sintesi è un documento interlocutorio, nella cornice di un processo che proseguirà nei prossimi mesi.

Quali temi sono stati affrontati?

Il tema generale, come sappiamo, era la «sinodalità», come dimensione e come metodo, a tutti i livelli della vita della Chiesa. La Relazione di sintesi mostra che sono state affrontate molte questioni, come suggeriva lo stesso «instrumentum laboris», il documento che ha preparato l’assemblea. Non tutti i partecipanti hanno discusso su tutto. Direi che devono essere evidenziati prima di tutto i temi più strettamente attinenti la questione della sinodalità, e in primo luogo la corresponsabilità, pur differenziata, di tutti i cristiani nella vita della Chiesa: il ruolo congiunto dei vescovi, dei presbiteri, dei diaconi, dei laici, dei religiosi e delle religiose. Questo ruolo collettivo non era sempre scontato nel passato e invece è stato largamente sottolineato durante i lavori del Sinodo, anche nella prospettiva che domani qualcosa possa cambiare: non è detto che la responsabilità dei vari soggetti ecclesiali venga oggi valorizzata nel modo giusto. Poi sono emersi altri temi, in qualche modo connessi: per esempio il ruolo della donna nella Chiesa oppure la posizione della Chiesa nei confronti delle povertà e delle guerre in cui versa il mondo.

Qual è, in estrema sintesi, l’interrogativo di fondo del Sinodo?

Il tema è quello di una Chiesa che assuma seriamente la dimensione sinodale, a tutti i livelli. L’espressione «sinodale» indica una comunità di fratelli e sorelle che camminano insieme. È una comunità che al proprio interno riconosce ruoli di autorità e di responsabilità (perché derivano dal sacramento dell’ordine), ma che comprende come la responsabilità in ordine alla vita e alla missione della Chiesa non riguarda solo alcuni soggetti: ci riguarda tutti. Per vivere in questa prospettiva, in futuro, potrebbero essere necessarie anche strutture e forme nuove.

La Relazione di sintesi è stata approvata quasi all’unanimità, con pochi paragrafi che hanno ottenuto meno di 300 voti: in particolare i punti che riguardano il diaconato femminile, il celibato sacerdotale e l’apertura di alcuni servizi pastorali ai presbiteri che hanno lasciato il ministero. Sono state questioni molto controverse?

Sono questioni in cui si confrontavano opinioni diverse. Il voto è servito esattamente a indicare le questioni da approfondire. È un punto nevralgico: non si è votato sul merito delle questioni, si è votato solo sull’opportunità di approfondirle. Bisogna leggere il documento. Dopo la presentazione di ogni tematica c’è l’indicazione dei punti di convergenza e dei punti da approfondire.

Su quali temi è più ampio il consenso?

C’è unità di vedute sul fatto che la Chiesa non è fatta solo da preti e vescovi: è un punto assodato. Più radicalmente, c’è consenso sul fatto che questa riflessione serve per la missione della Chiesa. Non è una questione interna, attiene al miglior modo di annunciare il Vangelo oggi.

Sono emerse molte visioni diverse sul futuro della Chiesa?

Certo ci sono visioni diverse. Accade perché la Chiesa è davvero cattolica, universale: respira della vastità del mondo. I vescovi cattolici di rito orientale portano una sensibilità certamente diversa dalla nostra europea, che è tutta concentrata sui problemi della secolarizzazione. Altrove nel mondo si parla d’altro, per esempio nel mondo africano che è il più prospettico nel futuro della Chiesa, almeno dal punto di vista quantitativo. Ci sono poi le Chiese che vivono nei Paesi in guerra e queste evidenziano questioni ancora diverse, che il Sinodo sta permettendo di esprimere. Insomma è normale che si confrontino accenti, sensibilità e modi di vedere diversi.

Qual è, a suo giudizio, il cuore del messaggio che la Chiesa deve portare nel futuro?

Il cuore rimane sempre Gesù Cristo: colui che rivelando sé stesso, manifestando sé stesso come Figlio di Dio, ci ha manifestato chi sia Dio, il Dio trinitario. Ci ha rivelato anche chi sia l’uomo e cosa significhi per l’uomo trovare salvezza. Ci ha portato e ci porta, in quanto Risorto, questa salvezza. Credo che questo annuncio sia il centro assoluto del Cristianesimo: la Chiesa deve mantenerlo con chiarezza, riflettendo ovviamente sul cambiamento dei contesti culturali nei quali avviene l’annuncio.

Si vuol far crescere il ruolo dei fedeli laici nelle comunità cristiane, ma c’è chi teme per il ministero dei sacerdoti, che sia in qualche modo offuscato. Esiste secondo lei questo rischio?

Potrebbe esistere se non si procedesse in maniera chiara, anche con chiarezza teologica. Nella Chiesa non ci sono poteri, in senso mondano, da spartire (quali poi?). Siamo piuttosto a riconoscere che tutti abbiamo una corresponsabilità, che il Sinodo dice “differenziata”, come accennavo in precedenza. La differenza è data dai sacramenti che si ricevono e dai carismi: il sacramento dell’ordine è essenziale per l’esserci della Chiesa e là dove abbiamo questa chiarezza teologica, non ci sono pericoli.

Dalla Relazione risultano affrontati anche temi etici e sociali come la questione dell’omosessualità, del fine vita, dei matrimoniali difficili, dell’intelligenza artificiale… Cosa c’entrano con il dibattito sulla sinodalità?

Possono centrare nel senso che una Chiesa sinodale è capace di operare un discernimento nell’orizzonte della fede rispetto a tutte le questioni che interrogano il presente. Non è detto che siano questioni da affrontare tutte dentro questo Sinodo, in cui il focus dovrebbe rimanere la sinodalità appunto.

Il mondo sta vivendo una stagione cupa, di grande violenza e di guerre. Quale significato assume un evento come il Sinodo in questo tempo drammatico?

Mi pare che possa assumere un significato molto importante, nella misura in cui è l’espressione di fratelli e sorelle che si trovano insieme. A volte provengono da popoli che sono in guerra uno contro l’altro: ebbene si guardano negli occhi, si scambiano la parola, operano nella prospettiva della pace e provano a impegnare il loro discernimento per capire come lo Spirito di Cristo stia guidando la Chiesa a mantenersi in un orizzonte di dialogo, di scambio, di corresponsabilità. Se guardiamo le cose così, questo nostro modo di stare insieme potrà avere un impatto molto importante sul mondo. Lo stile dei i cristiani sarà una profezia per il mondo intero. Una profezia di pace, perché l’umanità non è destinata a combattere e ad odiarsi.