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Il mercato contamina il Natale

Come il mercato ha trasformato le festività natalizie, dissolvendo confini tra sacro e profano

Un tempo il mercato si arrestava davanti alle religioni, secondo un confine materiale e immateriale. Le religioni e le Chiese rappresentavano un “mondo della vita” indipendente dall’economia del capitale.

Oggi, non più. L’economia del mercato ha colonizzato ogni spazio, anche quelli delle feste religiose e delle spiritualità. Non esiste più distinzione tra “mondo del capitale”, “mondo della vita”, “mondi spirituali”. Avviene così anche per le feste del Natale nelle quali si trova sia la dissoluzione della religione nei consumi, sia l’allargamento dello stile di vita della “felicità interiore” fino negli ambiti della vita quotidiana dei regali, dei rituali, degli addobbi, delle cene.

Mai come in questo periodo le proposte e le offerte del mercato natalizio hanno assunto una forma quasi ‘liturgica’ composta da molteplici set di regali adatti per la preparazione delle feste – simile all’Avvento delle Chiese – per la cena natalizia e soprattutto per i regali che rivestono la forma del rituale. Tutto garantisce felicità, illuminazione, bellezza, rinascita, quasi salvezza. Il mercato assume la funzione che fu un tempo delle Chiese.

Oggi poi, è il mercato a motivare i rituali mercantili natalizi con il richiamo alle feste precedenti al Natale: la solennità pagana del Sole invitto, cioè la festa romana del dio che riemerge luminoso dall’oscurità del solstizio invernale, le feste Saturnalia, la festa giudaica di Hanukkà, detta anche festa delle luci che cade anch’essa nello stesso periodo natalizio e infine tutte le celebrazioni celtiche e druidiche del solstizio d’inverno. In tale contesto il Natale cristiano rischia di essere ‘orfano’ delle origini dal quale è nato.

Di qui la domanda se anche l’Occidente sia entrato in un’era post-ecclesiastica, nella quale molti cercano risposte ai grandi interrogativi dell’esistenza al di fuori delle mura di pietra delle chiese, nella vita quotidiana, nel mondo laico, in nuovi altari inattesi, modesti quali la casa, il lavoro, lo sport, la natura. In realtà la Modernità ha sempre più bisogno di un Maestro, di un ritorno agli inizi, quando le chiese non erano ancora state costruite e c’era soltanto un bambino nato a Betlemme e la sua storia.

È il Natale come kenosi (Lettera ai Filippesi 2,7), l’annientamento di Dio, il suo farsi creatura. Non quindi un’apparizione teofanica, ma un’apparizione incarnata, il farsi storia di Dio con le sue creature. La “discesa” natalizia è ad un tempo annientamento e promessa; il bambino nella mangiatoia non è un idillio, ma è il Dio compagno che sperimenta la faticosa ascesa all’essere umano e la discesa dall’essere divino, come indica il nome biblico Emmanuele applicato al bambino nascente.