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Pena di morte: una sconfitta per gli Stati

In vigore in 54 dei 193 Stati delle Nazioni Unite, giustiziati circa 5.000 detenuti all’anno

Pena di morte
Pena di morte

La pena di morte esiste ancora e la cultura di morte che la promuove sta crescendo. Basterebbe ricordare un dato del rapporto Censis di un paio d’anni fa, quando il 44% degli italiani auspicava l’introduzione della pena di morte. Mentre nella Bibbia Dio chiede di non giustiziare Caino, gli uomini vogliono il contrario. Attualmente 54 dei 193 Stati delle Nazioni Unite prevedono la pena di morte nei loro ordinamenti penali. Si tratta di una percentuale drammaticamente alta, il 28% degli Stati continua a giustiziare circa 5.000 detenuti all’anno. In Europa la pena di morte rimane in vigore solo in Bielorussia, la maggior parte delle esecuzioni invece si concentra in tre Paesi sparsi nel globo: la Cina con circa 3.000 esecuzioni (il 74,5% del totale mondiale), l’Iran (almeno 687), l’Iraq (almeno 172).

Il recente caso di cronaca di Kenneth Smith, 58 anni, eseguito in Alabama (Usa), con un’inalazione forzata di gas azoto, ha riacceso la riflessione sull’indisponibilità della vita in mano allo Stato. Anzi, ha colpito l’inasprimento del mezzo – l’uso dell’azoto – che ha reso la pratica una vera tortura, contraria ai più alti e nobili princìpi del diritto. L’azoto, infatti, non viene utilizzato più nemmeno nel campo veterinario. Smith era in carcere dal 1996, nel 2022 era sopravvissuto a una esecuzione con iniezione letale. Per anni è stato costretto a vivere un’infinita attesa di morire per mano degli uomini: una prima condanna all’ergastolo, poi la sentenza era stata impugnata dal giudice ed era divenuta pena di morte. Adesso non potrebbe più succedere: dal 2017 in Alabama è in vigore una legge che vieta ai giudici di impugnare e cambiare i verdetti delle giurie popolari. Queste le sue ultime parole rivolte non solo ai suoi familiari che erano nella stanza accanto a quella dell’esecuzione: «Stasera l’Alabama fa compiere all’umanità un passo indietro. Me ne vado con amore, pace e luce, vi amo. Grazie per avermi sostenuto».

Nel 2023 negli Stati Uniti ci sono state 24 esecuzioni e 21 nuove condanne a morte. Le esecuzioni sono avvenute in cinque stati: Texas, Florida, Oklahoma, Missouri e Alabama. Purtroppo il dibattito politico, l’etica e la morale del diritto internazionale sono ambigui, o comunque hanno espresso “condanne deboli” anche in tempi recenti. Solo la Chiesa non si stanca di elevare la sua voce per esprimere la sua condanna verso la pena di morte. Lo ribadisce il Papa nell’enciclica, Fratelli tutti, quando sottolinea che il senso di giustizia rifiuta e condanna sia la pena di morte sia la pena perpetua, l’ergastolo, che Francesco considera una «pena di morte nascosta» (FT 268).

In realtà la pena di morte è la vera sconfitta per uno Stato che annienta invece di far espiare la pena e recuperare il colpevole. Un faro di cultura giuridica rimane l’art. 27 della Costituzione che introduce il principio della responsabilità penale personale, la presunzione di non colpevolezza sino alla condanna definitiva, la funzione rieducativa della pena, il divieto della pena di morte e dei trattamenti disumani. Si legge al terzo comma: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Alla Costituente Aldo Moro s’è distinto sui temi della responsabilità penale, la durata e le funzioni della pena, grazie alla sua cultura personalista, mettendo al centro dell’ordinamento il bene della vita e il principio di offensività oggettiva della norma penale, vincolanti sia per il legislatore sia per i giudici. L’abolizione della pena di morte non dipenderà dalla volontà politica, ma solo dalla volontà popolare che oltre all’indignazione deve impegnarsi per l’abolizione.

Fonte: Vita Pastorale