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PASSIO: INTELLIGENZA ARTIFICIALE, STRUMENTO BELLICO O VEICOLO DI PACE?

La guerra con e per l’intelligenza artificiale spiegata dal giornalista Matteo Sacchi 

«Con l’Intelligenza Artificiale posso analizzare gli schemi di difesa radar del nemico e saturarli con i miei droni, rendendo invisibili i missili ipersonici con cui voglio colpirlo; posso esaminare tutti i messaggi scambiati dai suoi soldati sui social e via radio per conoscerne l’umore e dedurne indirettamente informazioni; posso decifrare i suoi codici segreti, e craccare la sua intelligenza artificiale, usandola per suggerirgli informazioni sbagliate; posso creare bot che infestino il suo spazio social per influenzare la sua opinione pubblica». Sono alcuni esempi di uso in guerra delle attuali tecnologie informatiche che Matteo Sacchi, giornalista e autore dell’ebook “La guerra delle macchine“, ha presentato al pubblico dell’incontro Il robot che uccide. Scenari strategici e dilemmi etici della guerra assistita dall’Intelligenza Artificiale, tenutosi sabato 16 marzo all’Arengo del Broletto di Novara e moderato da Stefano Pasta (CREMIT – Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Innovazione e alla Tecnologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano). «Ma l’Intelligenza Artificiale – aggiunge Sacchi – può anche darmi, imprevedibilmente, qualche consiglio completamente errato, dovuto a un bias cognitivo. Ed è in grado di dirmi dove si trova un terrorista di Hamas, analizzando tutti i messaggi scambiati tra i palestinesi, ma non che nel suo covo ci sono anche i suoi bambini, e ignora che ho esaurito le mie bombe intelligenti e che per colpirlo userò bombe a caduta, che distruggeranno due palazzi».

La guerra “intelligente”, che colpirebbe il nemico riducendo il numero di vittime innocenti, è perciò spesso solo un mito, usato per rendere gli atti bellici accettabili all’opinione pubblica. Ma è guerra non solo “con”, ma anche “per” l’Intelligenza Artificiale, ormai cruciale nella competizione tra potenze. Nei suoi impieghi basici, il costo dell’elettronica si è ridotto negli anni, al punto che, spiega Sacchi, «i carrarmati russi e i lanciamissili degli Houthi possono funzionare con chip a basso costo come quelli delle nostre lavatrici, rendendo vane misure come embarghi per impedirne l’uso». Ma per le tecnologie di punta occorrono chip sofisticati – come quelli contenuti negli smartphone più moderni – che, dice Sacchi, «vengono prodotti solo a Taiwan, la piccola isola che la Cina vorrebbe annettere al proprio territorio con l’intento di surclassare gli USA nella produzione di hardware per l’Intelligenza Artificiale». E oggetto di contesa sono diventati anche i pochi luoghi al mondo (tra cui il Donbass in Ucraina, la Russia e alcuni paesi africani) dove si trovano le “terre rare”, elementi chimici essenziali per il trattamento del carbonio necessario a produrre i moderni microchip.

La “terza guerra mondiale a pezzi” di cui parla papa Francesco è quindi una realtà molto complessa, fatta di interconnessioni e circolarità di interessi economici internazionali e di mosse e contro-mosse strategiche, in cui gli attori si muovono in modo difficilmente prevedibile. «I principi di equilibrio e deterrenza che hanno impedito che la guerra fredda si trasformasse in conflitto nucleare potrebbero saltare, a causa di un progresso tecnologico che procede a ritmi velocissimi, rischiando di creare l’illusione di superiorità tattiche tra i contendenti, generata da repentine innovazioni», afferma Sacchi, che conclude lanciando, tra tante ombre, un messaggio di speranza: «Evitare la follia della guerra è una responsabilità umana. I conflitti ammettono sempre soluzioni win win, da cui tutti possono trarre vantaggio. Sta a noi coglierle e metterle in atto, facendoci anche aiutare dalle macchine, che sono uno strumento duttile nelle mani dell’uomo. È nostro compito usarle non come strumenti di offesa, ma dispiegando le loro potenzialità che possono essere utili alla causa della pace, come tradurre simultaneamente conversazioni tra interlocutori che parlano lingue diversissime, e scandagliare la letteratura prodotta a valle delle guerre, per ricordarci il dolore infinito che esse hanno causato».