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Alla ricerca di un volto umano per l’Intelligenza Artificiale

Zuppi e Benanti a Novara sull’etica nell’uso dell’Intelligenza Artificiale

«Il modo in cui come Chiesa, come corpo di credenti, sapremo stare di fronte a questa innovazione, per fare le domande e orientare le risposte, sarà il volto umano o disumano che daremo all’Intelligenza Artificiale». Così Paolo Benanti, docente di Bioetica alla Pontificia Università Gregoriana e membro del Consiglio ONU sull’Intelligenza Artificiale, si è rivolto venerdì 22 marzo al pubblico riunito nel Duomo di Novara per l’incontro Decisioni umane e Intelligenze Artificiali. Impatto sociale e sviluppo di un’etica dell’Intelligenza Artificiale, moderato dal vescovo Franco Giulio Brambilla, che lo ha visto come relatore insieme con il card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Un compito che riguarda non solo la Chiesa, ma l’intera società, perché gli algoritmi, spiega Benanti, offrono grandi opportunità, in campo medico, educativo e produttivo: diagnosi mediche a distanza, sostegno alla didattica, sostituzione dell’attività umana in compiti dannosi alla salute. Ma bisogna capire e decidere se saranno offerte a tutti o creeranno discriminazioni: «In un sistema diagnostico automatico, chi ha conformazioni fisiche fuori dalla media su cui il sistema si è allenato, resta escluso come anomalia non gestita. E in futuro la macchina potrebbe, per ridurre i costi, non solo affiancare l’operatore medico, ma sostituirlo, o, a scuola, sostituire il professore. E si aprirà la questione di come impiegare i lavoratori sottratti ai precedenti compiti, in particolare quelli con maggiore contenuto cognitivo, in cui l’Intelligenza Artificiale eccelle». Occorre cogliere gli effetti complessivi causati nella compagine sociale perché – citando il sociologo Langdon Winner – «ogni dispositivo tecnologico è una disposizione di potere e una forma d’ordine». Ce ne siamo accorti durante la pandemia, in cui «è stato un algoritmo, nascosto dietro il portale regionale della sanità, a decidere chi sarebbe stato vaccinato prima e chi dopo. Dovremo interrogarci su quali processi vogliamo gestire in modo democratico, e quali delegare al più forte, a chi gestisce la tecnologia, perché un sistema non va spontaneamente verso il bene comune, e portarla in questa direzione è il nostro compito». Occorre chiedersi, rilancia Zuppi – «quali interessi ci siano dietro all’Intelligenza Artificiale, e sulla responsabilità umana nel suo uso, ad esempio nel campo della guerra, in cui è finalizzata all’incremento della potenza distruttiva. L’algoritmo, creato dall’uomo, rischia di condizionarlo inconsapevolmente. Siamo perciò di fronte a una grande sfida etica, che comporta una cura ancora maggiore dell’umano». Una sfida che, afferma Benanti, è innanzitutto di democrazia: «le capacità computazionali, accentrate nei grandi calcolatori, a partire dagli anni ’70 sono state distribuite a tutti con la diffusione dei personal computer e poi degli smartphone. Permettendo a tutti libertà di espressione in rete, essi hanno favorito la nascita delle primavere arabe, ma anche causato il disastro di Capital Hill, rivelandosi una risorsa, ma anche un’insidia per la democrazia. Oggi con l’Intelligenza Artificiale gli algoritmi non funzionano in locale, ma sui grandi server. Quindi stiamo ri-centralizzando la capacità di calcolo, che però ora usa tutti i nostri dati personali. Nel prossimo decennio dovremo decidere come gestire il confronto con questa forma di accentramento del potere da parte di un’oligarchia computazionale sempre più in mano a grandi soggetti privati». La conclusione spetta al vescovo Brambilla, che cita il verso – incomprensibile a Chat gpt – che Alda Merini dedica a Maria di Nazaret, che “non venne fecondata da alcuno, eppure generò come il poeta cui basta uno sguardo per riavere la sostanza del mondo”: «Non perdiamo la capacità di questo sguardo!».