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Pizzaballa: non capisco il boicottaggio nelle Università

Il Patriarca di Gerusalemme, a Torino per la Festa della Sindone e per i cento anni dell’Opera Diocesana Pellegrinaggi, parla della devastazione dei territori martoriati e invita a pregare per il dialogo

Card. Pizzaballa a Torino davanti al Duomo 4 maggio 2024

Davanti alle contestazioni serrate che si stanno moltiplicando in molte università dell’Occidente sulla questione mediorientale, il card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme afferma: “Sempre sì al dialogo, al confronto, anche serrato, a partire da posizioni differenti.Ma no alla chiusura, all’isolamento e al boicottaggio dell’altro”. Lo ha affermato con decisione a Torino in uno dei diversi incontri organizzati per celebrare i 100 anni dell’Opera diocesana pellegrinaggi, ma soprattuto per la festa della Sindone che si celebra il 4 maggio. “Posso comprendere che ci sia un dibattito anche acceso, la contrarietà – ha sottolineato – ma faccio più fatica a comprendere il boicottaggio. Boicottare significa isolare. E noi abbiamo bisogno di dialogare, non di isolare. E poi le università sono luoghi di cultura, il confronto avviene con il dialogo non con la violenza”.

Da osservatore privilegiato il card. Pizzaballa, a Torino ha portato la vivida testimonianza dei segni del dolore e del martirio che il conflitto lascia sul terreno di scontro e sui corpi della gente comune.

L’incontro del card. Pizzaballa con la città di Torino

Dopo la messa in Duomo, nella serata del 4 maggio, concelebrata con l’arcivescovo di Torino, mons. Roberto Repole, il Patriarca ha incontrato i torinesi al Santuario della Consolata, nel quadro del programma culturale promosso dal settimanale diocesano La voce e il tempo. Con loro ha imbastito un dialogo sulla guerra e sulla quotidianità dell’annientamento di un popolo. E ha spiegato come anche la Chiesa torinese ed i fedeli possono aiutare, con viveri e mezzi, ma soprattutto con l’ascolto e con la preghiera. Una preghiera che anche la contemplazione della Sindone può indirizzare. “Il Telo – commenta il card. Pizzaballa – è un simbolo del mistero della Resurrezione, fenomeno incomprensibile per un agnostico o anche solo per una persona di altra fede. È un invito potente ad andare oltre, a credere nella salvezza anche quando tutto pare dirci il contrario”.

Guerra a Gaza: morti e devastazioni

Alla Consolata il racconto delinea un quadro di sangue. “Dal ’48 a oggi di scontri ne abbiamo visti tanti: guerre, intifade, ostilità più o meno aperte – considera il card. Pizzaballa – Qui il rancore cova sotto le ceneri da 80 anni. Ma certo in questi sei mesi di conflitto, il più lungo sino a ora affrontato, ci è toccata la prova più difficile. Tra i palestinesi si contano oltre 30 mila morti. Non c’è cibo, né acqua, né elettricità. Le città sono devastate. Prolifera il mercato nero. I prezzi sono insostenibili per le famiglie.  Trovare viveri sufficienti per adulti e bambini è impossibile. Tutti nella Striscia hanno perso tanti loro cari – madri, figli, fratelli – e la casa. Hanno trovato rifugio nelle scuole, nelle parrocchie, in tendopoli di fortuna, ma la situazione sanitaria è al limite. Tra la popolazione e anche tra i religiosi che prestano aiuto si diffondono l’epatite e altri contagi”.

Le scuole nella striscia sono chiuse dal 7 di ottobre, e molto probabilmente non potranno riaprire neppure il prossimo anno, dal momento che gli edifici o sono stati polverizzati dalle bombe o sono occupati dagli sfollati. Il lavoro poi è un miraggio: “Prima del 7 di ottobre 200 mila palestinesi erano occupati in Israele. Da un giorno all’altro tutti questi contratti sono stati cancellati. D’altra parte la stessa Israele, che tra forze in servizio e riservisti conta al fronte oltre 600 mila uomini, ha sofferto la serrata di parecchie attività”. Ormai siamo a un’economia di guerra. Il conflitto costa quotidianamente alla comunità ebraica 250 milioni di dollari. “Per il solo scudo aereo sulle città israeliane, il 12 aprile scorso, nella giornata dell’assalto dei droni iraniani su Israele, è stato speso un miliardo di dollari”.

Guerra a Gaza: quanto durerà?

Dopo lo choc iniziale, che ha colpito tutte le comunità, quando ancora non si capiva neppure la portata degli eventi, è subentrata la desolazione e l’incertezza. “Non sappiamo quanto durerà ancora la guerra, e cosa succederà dopo – riflette il card. Pizzaballa – perché una cosa è sicura: nulla sarà più come prima”. Israele, gigante ferito, che vede sgretolarsi il mito dell’invincibilità e della sicurezza in casa propria, scarica la collera sugli abitanti della striscia. I palestinesi accecati da un rancore che ha radici lontane, radicalizzano l’odio, tra cadaveri che non si sa dove seppellire e le macerie di città rase al suolo. “La guerra ci ha cambiati tutti – prosegue il card. Pizzaballa – e non penso solo alla politica. Per superare le conseguenze – per colmare il solco profondo che ormai si è scavato tra israeliani e palestinesi – ci vorranno tempi lunghissimi e un cambio di mentalità difficile da accettare. Chi potrà se ne andrà. È un dato di fatto. Del resto quale genitore non desidera per i propri figli un destino non dico di benessere, ma almeno di stabilità?”.

Card. Pizzaballa: pazienza e dialogo per una pace vera

Il disastro di Gaza, le tensioni in Cisgiordania, l’intero scacchiere Mediorientale squassato nell’intreccio di azioni e reazioni dei raid. Credere nella pace è un azzardo. Tuttavia, a dispetto delle previsioni più fosche, il card. Pizzaballa non perde fiducia. “La fatica consiste nel facilitare con pazienza il dialogo, nel tessere relazioni, inducendo ognuno a riconoscere gli errori commessi, le proprie presunzioni, ma soprattutto il dolore e la paura dell’altro. Né si tratta di un approccio di maniera. Il fatto è che non ci sono alternative”.

Guerra a Gaza. Non bastano i trattati tra governi

Per dirimere i nodi del conflitto occorrono mediazioni dall’alto: “Penso a enti governativi, agli Stati Uniti, ai paesi arabi, agli organismi multilaterali che infatti moltiplicano le proposte negoziali”. Secondo il Patriarca l’unica soluzione sia quella dei “due stati”. “Non c’è una terza via che non sia il permanere della guerra – considera – Ma i due stati devono ripensarsi dal di dentro, a partire dal complesso problema delle forme di governo che intenderanno darsi. E le due società -che pure negli ultimi anni sono cambiate radicalmente e rapidamente – devono avere il coraggio di rifondarsi, con pazienza. Non sarà facile, ci vorranno anni. Ma la riconciliazione vera può solo fiorire dall’incontro dei cuori”.

Il conflitto odierno chiama del resto anche la Chiesa a un ripensamento del proprio ruolo. “Nel passato la nostra presenza si è realizzata nella costruzione di chiese, di scuole, di ospedali. Oggi non siamo più chiamati a erigere edifici, ma a tessere relazioni. Relazioni con gli “altri” da noi, nella consapevolezza di essere i loro “altri”. Questo con riguardo alle altre religioni, ma anche alla diversificata e intrecciata composizione della comunità cristiana, ortodossa, cattolica e araba, in Terra Santa”.

Card. Pizzaballa: viaggi continui per il dialogo

Pizzaballa non risparmia le forze in questi giorni bui. Viaggia da una regione all’altra, ascolta i capi locali, anche di altre religioni, analizza le ragioni degli uni e degli altri, magari senza condividerle. “L’importante è dare l’esempio – commenta il Patriarca – Se la gente vede che i leader tra di loro si parlano, rispettano e stimano, pur nella diversità delle posizioni, è portata a vincere le diffidenze. Oggi più che mai la prima forma di carità qui è l’ascolto, un ascolto sostanziato di umiltà e anche di affetto”. L’ascolto crea vicinanza e condivisione. “Ci sforziamo di creare spazi e occasioni di dialogo. Le feste religiose per esempio sono momenti importanti per riconoscersi e per parlare. Non intavoliamo mai discorsi divisivi: basta stare insieme, consumare un pasto frugale, bere qualcosa, per abbattere i muri che ci separano. Una cena conviviale può fare più di un convegno o di un trattato sul dialogo interreligioso”.

Guerra a Gaza: il ruolo della Comunità cristiana in Terra Santa

I cristiani in Terra Santa sono una piccola comunità. Non rappresentano neppure il 2 per cento della popolazione e tuttavia il Patriarca viene considerato voce autorevole nell’area. “Forse proprio il fatto di essere una esigua minoranza, non è arruolabile in nessuno schieramento, ci garantisce un credito che va oltre alla nostra effettiva rappresentatività. Del resto viene apprezzato anche il nostro approccio, lo schierarci sempre e comunque dalla parte di chi soffre, indipendentemente dal credo religioso. I nostri sono i valori dell’umanesimo e tutti possono condividerli nella loro semplicità”. E poi c’è la stima incondizionata, dall’una e dall’altra parte dei contendenti, per la leadership di papa Francesco. “Le sue ripetute invocazioni per il rilascio degli ostaggi e per un immediato cessate il fuoco nella Striscia, anche se non sempre ben accolte, suscitano dibattito e riflessione. Del resto dal Papa ci giungono anche aiuti concreti, direttamente, grazie ai fondi per le emergenze e con le visite di vari cardinali”.

Per Gaza l’abbraccio dell’Occidente.

L’invito: riprendete i pellegrinaggi

E di aiuti c’è un gran bisogno. Nelle parrocchie che nella Striscia accolgono i rifugiati e debbono giorno dopo giorno apparecchiare almeno un pasto sostanzioso. Negli accampamenti di fortuna allestiti dai volontari. E tra le suore che si occupano di bimbi disabili e feriti, purtroppo sempre in maggior numero, e che fanno di tutto per sostenerli, nutrirli in qualche modo e rincuorarli. “Si possono inviare provviste, mezzi di sostentamento, denaro – conferma il card. Pizzaballa – ma anche riprendere i pellegrinaggi. I percorsi classici sono sicuri, i valichi riaperti. Una comitiva in Terra Santa non solo crea occasioni di lavoro sano a guide, locande e ristoratori, ma testimonia vicinanza, partecipazione, sostegno, appoggio, volontà di condivisione. E di questa spinta spirituale c’è un gran bisogno, più di qualsiasi assistenza materiale”.

Gaza: le cupe prospettive del dopo-guerra

Il dialogo e l’ascolto saranno fondamentali per il dopo, il difficilissimo tempo della ricostruzione. “A Gaza non c’è più niente: né case, né strade, né infrastrutture – il card. Pizzaballa sottolinea il panorama desolante –. Occorreranno decenni per riedificare e un enorme sforzo internazionale. Non è immaginabile che la gente possa vivere sotto una tenda per anni. Ma credo che, più in generale, tutto dovrà essere rifondato. Occorre mettere un punto alla storia e ricominciare tutto daccapo. Ma insieme, perché soltanto insieme ci si potrà salvare. Diversamente si riaffonderà nel caos”.