Dal calcio al volley, dal nuoto alla vela, passando attraverso il tennis, il basket, il fitness, la danza. Quello dello sport di base è un mondo da scoprire. 110 mila enti sportivi dilettantistici in Italia, di cui più di 13 mila in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, ciascuno con le sue specificità e non secondari problemi. “Sport e terzo settore. Opportunità e novità per gli enti sportivi dilettantistici a cavallo delle due riforme” è il sondaggio con cui Fondazione Terzjus, portale del diritto del terzo settore, ha iniziato ad approfondirne i tratti. Lo studio – condotto incollaborazione con Italia non profit, lungo tutto il 2023 e i primi mesi del 2024 – è stato messo a punto con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo e sarà presto disponibile sul sito internet della Fondazione Terzjus. “Si tratta di un monitoraggio approfondito – spiega Cristiano Caltabiano, ricercatore di Fondazione Terzjus – L’istantanea puntuale di un fenomeno che viene da lontano e sa rinnovarsi di continuo”.
Sport e terzo settore. Criteri metodologici della survej
Il quadro dello sport no-profit nelle tre regioni del nord-ovest non può prescindere dall’analisi giuridica delle principali novità legislative originate dalla riforma del terzo settore e da quella delle associazioni e società sportive dilettantistiche. Spiega Caltabiano: “Sulla base dei tratti salienti delle due riforme che interessano le Asd e Ssd, è stato elaborato un modello condiviso di ente sportivo dilettantistico del terzo settore. Questa traccia è stata poi illustrata e discussa in una successiva attività informativa-formativa, rivolta a circa 800 Asd e Ssd. Lo abbiano fatto in in un ciclo di webinar tematici, organizzati tra la fine del 2023 e gli inizi del 2024”. A lezioni concluse, le stesse organizzazioni sportive delle tre regioni sono state quindi invitate a rispondere ad un questionario composto da 48 domande, suddivise in diverse aree tematiche: opinioni sulle riforme, affiliazioni, attività, fabbisogni e caratteristiche delle realtà associative.
“Al termine della campagna sono stati raccolti 739 questionari compilati: 592 del campione nelle tre regioni nordoccidentali, 147 di un gruppo di controllo di realtà attive nel resto d’Italia. Il sondaggio si concentra quindi sul campione dei 739 enti sportivi dilettantistici, che vi hanno aderito. Per l’81%, associazioni sportive dilettantistiche e, per circa il 19%, società sportive dilettantistiche.”
Associazioni e società sportive: il 90% di piccole e medie dimensioni

Gli enti sono in prevalenza di dimensioni piccole e medie: il 63% conta infatti tra i 50 e i 500 tesserati. Tutti presentano bilanci, ma, per il 53% del totale, il volume di affari non supera i 60 mila euro annui. Tra i canali di finanziamento più consueti vi sono le quote associative (86,8%) e le iscrizioni/rette che i soci versano per frequentare corsi e altre attività sportive (77,5%).
“Molto meno frequente – puntualizza il ricercatore – è il ricorso a introiti esterni quali le sponsorizzazioni da parte di privati (31,1%), i contributi/finanziamenti pubblici (26,4%), la raccolta del 5×100 (14,2%) o di donazioni (10,1%), nonché la cessione di diritti/indennità degli atleti, opzione che incide pochissimo sui proventi (1,7%). Ciò a testimonianza del fatto che l’associazionismo di base è quasi del tutto estraneo dalle transazioni economiche tipiche nello sport professionistico”.
Più della metà delle associazioni e società si avvale del regime fiscale di maggior favore previsto dalla legge 398/91. La quasi totalità è inoltre iscritta al nuovo Registro delle attività sportive dilettantistiche (Rasd) e circa il 9% anche al Registro nazionale degli enti di terzo settore (Runts). Inoltre più della metà degli enti (56%) si avvale, per lo svolgimento delle attività, del contributo di volontari.
Modello spontaneistico nelle Asd grazie ai volontari
“Nelle Asd – considera Caltabiano – tende ad emergere un modello di relazioni basate perlopiù sull’informalità e sul piccolo gruppo, dove è più difficile che si stabilisca una divisione formale dei compiti o si miri a un ampliamento del bacino di utenti e del ventaglio di proposte sportive”. La cosa richiederebbe infatti un apporto adeguato di risorse economiche, che non si hanno strumenti per reperire. “Gli artefici di questo approccio spontaneistico sono proprio i volontari. Che sono figure cardine nelle Asd, se si considera che sono attivi in quasi due terzi di questo tipo di enti sportivi (63,9%). Mentre operano solo in poco più di un quinto delle Ssd (22,5%)”.
Ssd più strutturate con dipendenti e collaboratori
Le Ssd presenti in Piemonte, Liguria e Val d’Aosta hanno un livello di strutturazione molto più elevato rispetto alle Asd. “Hanno difatti una mediana di 10 dipendenti/collaboratori (a fronte di appena 4 lavoratori nelle Asd). Inoltre, in più di due terzi dei casi, registrano un volume economico superiore a 60mila euro annui (69,6%), contro meno di un terzo nelle Asd (30%)”. La stessa dinamica s’impone anche in fatto di tesserati. “Le Ssd tendono ad attirarne molti di più nel proprio alveo (il valore della mediana è pari a 349 iscritti nelle società sportive rispetto a 121,5 nelle associazioni sportive). Benché non distribuiscano utili fra i soci, le Ssd sono a tutti gli effetti delle società, con personalità giuridica. Hanno anche una più spiccata attitudine a reclutare figure professionali per darsi un minimo di organizzazione interna (definizione di funzioni, ruoli e responsabilità)”.
Attività filantropiche e sociali, accanto a quelle sportive
Tra la totalità degli enti, solo il 6,3% ha una sede di proprietà e circa il 20% svolge anche servizi diversi da quelli previsti dalle specifiche discipline sportive, come la gestione di centri estivi o di impianti e strutture sportive, progetti con le scuole, interventi con soggetti fragili. “I loro iscritti – prosegue Caltabiano – sono giovani, adulti e anziani. Ma nel quasi 40% dei casi si annoverano anche soggetti fragili e problematici: neet, detenuti, soggetti con problemi di dipendenza, senza fissa dimora. Una conferma di come l’attività motoria sia molto spesso un veicolo di inclusione sociale per chi versa in condizioni di vulnerabilità”. Peraltro la vocazione sociale del mondo sportivo è più spiccata tra le organizzazioni affiliate a enti di promozione sociale (28,3%).
Clima ostile alle riforme dello sport e del terzo settore
La maggior parte delle organizzazioni che hanno aderito alla ricerca sono convinte che il mondo dell’associazionismo sportivo si trovasse in una condizione migliore prima del varo delle due riforme, per la precisione il 51,0% in Piemonte, Liguria e Val d’Aosta. Sulla resistenza ai cambiamenti innescati dalle leggi potrebbe aver pesato il moltiplicarsi dei vincoli legati alla riforma dello sport. “Per molte Asd e Ssd si è trattato di un passaggio complicato – riconosce Caltabiano – In pochi ritengono inoltre che le novità introdotte dalla normativa consentano al mondo sportivo dilettantistico di organizzarsi meglio. Anche l’istituzione del Rasd, il registro pubblico istituito presso il Dipartimento dello sport non sembra accendere l’entusiasmo degli intervistati. Il 48,3% è persuaso molto o abbastanza che possa semplificare la vita e rendere più trasparenti gli enti sportivi. Ma secondo l’85,6 % del campione la conseguenza più tangibile sarà l’aumento del costo del lavoro”.
Riforma dello sport: apprezzati gli aumenti salariali
Il mondo dello sport dilettantistico non sottovaluta comunque l’operazione di riordino messa a segno con la legge 86/2019 e con i conseguenti atti amministrativi. Sottolinea Caltabiano: “Il 46,1 per cento degli interpellati ritiene che l’appesantimento delle buste paghe venga a conferma di un’estensione dei diritti per i lavoratori, a partire da un salario decente e dalla sicurezza del posto”. Sono apprezzati in particolare il nuovo regime contributivo e previdenziale (26,9%), le semplificazioni nelle aperture di nuove posizioni lavorative tramite il Rasd (22,6%), le tutele assicurative per infortuni, malattia e maternità (21,6%) e il trattamento fiscale (19,4%).
Poche le Asd e Ssd accreditate come Ets
Ancora poche al momento le Asd e Ssd piemontesi, liguri e valdostane che hanno acquisito la qualifica di Ets o hanno intenzione di farlo (9,3%). E ciò a fronte del 20,5% nelle altre regioni d’Italia. “Molto più ampia è la quota di organizzazioni che ha dichiarato la propria riluttanza ad ottenere l’accreditamento (31,3%) – continua il ricercatore – Nelle tre aree considerate più di un quarto dei centri contattati nella ricerca afferma di non essere nemmeno a conoscenza di questa possibilità. Del resto la propensione ad iscriversi al Runts cresce tra gli enti in parallelo all’aumentare delle entrate economiche annue e del numero dei dipendenti”.
Più positivo il giudizio sui vantaggi indotti dal Dlgs 117/2017, sia pure per motivi diversi. “Perché dà la possibilità di gestire ulteriori attività accanto a quelle sportive dilettantistiche (32,9%). Perché consente di avvalersi di una normativa fiscale di favore sulle donazioni (31,8%). Perché permette di prendere parte a procedure di amministrazione condivisa con gli enti locali (22,6%). E perché abbassa le barriere nell’accesso al 5×1000 (32,8%), ai bandi pubblici di finanziamento emanati da Ministeri e Regioni (43,4%) e ai social bonus (33,4%)”.
I valori che fanno la differenza nello sport
In generale incoraggiano alla piena accoglienza del Dlgs 117/2017 anche i riferimenti valoriali che ispirano i progetti degli enti. Osserva Caltabiano: “Le società e associazioni sportive che gravitano negli Enti di promozione sportiva (Eps) – come Uisp, Csi o Us Acli – concordano in misura più elevata sul fatto che la riforma sia proficua per gestire progetti e servizi non strettamente legati allo sport dilettantistico. E anche per godere di benefici in caso di recupero di immobili abbandonati o confiscati alla criminalità organizzata”. “È come si vi fosse un crinale che separa questi mondi dello sport dilettantistico – conclude il ricercatore – Non occorre esagerare l’entità di questa divisione, ma nemmeno rimuoverla, assimilando gli enti sportivi in un unico fascio, come se le differenze non contassero quando si ha a che fare con i soggetti organizzati della società. In ogni esperienza collettiva il retroterra culturale è un fattore latente, ma non per questo irrilevante”.
(Foto di carattere generico dagli archivi Freepik e Pixabay)
