Se la guerra in Ucraina ha il senso di ridurre lo spazio dell’Unione europea nello scenario globale, quella in Medio Oriente, che compie un anno il 7 ottobre, sembra dire che la sfida, in realtà, è all’intero Occidente – il sistema che ha «governato» il mondo dal 1945 e, tantopiù, dal 1989. È infatti in una prospettiva planetaria che assumono pieno significato alcune delle realtà rese evidenti da questo conflitto devastante.
Medio Oriente. Armi di Israele. Potenti, ma non invincibili
L’attacco di Hamas ha dimostrato che il sistema militare e quello di informazione israeliani non sono invincibili, e neppure onniscienti, come era comodo credere. L’intelligence israeliana funziona molto bene quando si tratta di compiere blitz spettacolari come far esplodere i cercapersone, far saltare in aria il capo del progetto atomico Fakhrizadeh iraniano o il leader di Hamas Hanieh (azioni attribuite a Israele). Il Mossad ha una lunga esperienza in questo campo, dalla cattura del boia nazista Eichmann al sequestro di Mordechai Vanunu, l’ebreo che rivelò l’esistenza della centrale nucleare di Dimona nel Neghev (Venne chiuso in una valigia a Roma nel 1986 e trasportato come bagaglio a Tel Aviv…).
La prospettiva di una guerra permanente in Medio Oriente

Hamas (che in questa guerra si gioca tutto) ha puntato a rivelare il lato debole del «Golia» israeliano. Ma le vicende di questo anno dicono anche un’altra cosa: l’allargamento progressivo del conflitto all’alta Galilea e al Sud del Libano rafforzala prospettiva della «guerra permanente», il progetto che corrisponde meglio agli obiettivi di Hamas, degli sciiti libanesi e dell’estrema destra israeliana. Questo anno è servito al primo ministro Netanyahu non solo a tenere lontani i suoi guai giudiziari personali ma anche a preparare un dispiegamento militare in grado di prolungare l’emergenza: più il conflitto si fa intenso e durevole e più si riduce lo spazio di qualunque mediazione, sia quelle formali dei tavoli di trattative sia quelle informali delle pressioni politiche, economiche e commerciali. Stringendo i nodi spariscono le opzioni alternative, e rimane solo «l’inevitabile». È questo che vede bene e denuncia papa Francesco: e non per caso i suoi appelli cadono nel silenzio.
Le popolazioni del Medio Oriente pagano il prezzo del disastro
Non è più una novità che le guerre moderne siano fatte pagare soprattutto, se non esclusivamente, alle popolazioni civili. In questo campo il Medio Oriente (Iraq, Siria, Libano, Yemen, Palestina) ha fatto scuola.
L’informazione aggiornata ogni minuto si limita a registrare le cifre delle vittime, delle case distrutte, dei profughi: e ognuna di queste «news» ci allontana un po’ di più dal suo significato e riduce il «peso politico» tanto dei civili colpiti quanto delle opinioni pubbliche che, soprattutto in Occidente, avrebbero motivo di protestare e fare pressione.
Nel mondo della priorità militare e dell’informazione embedded ai civili sono assegnati i mestieri dell’assistenza e della beneficenza. È uno scenario in cui le merci bloccate dagli Houti sul canale di Suez finiscono per apparire molto più «sacre» delle esistenze stroncate a Gaza, o degli israeliani uccisi il 7 ottobre e dopo.
Cisgiordania. L’annessione strisciante dei coloni di Israele
C’è un obiettivo che, lungo questo anno, è venuto chiarendosi proprio grazie all’accelerazione dell’opzione militare e della guerra permanente. È la West Bank, la striscia di terra fra Samaria e Giordano, occupata da Israele fin dal 1967 e che in questi anni si è riempita di «colonie» quasi tutte illegali, non solo per il diritto internazionale ma per lo stesso Stato di Israele.
Alle fine dell’estate si sono moltiplicati gli attacchi violenti dei «coloni» ai villaggi palestinesi. I coloni si sono comportanti come il braccio armato dei nazionalisti di estrema destra che fanno parte del governo di Netanyahu. L’obiettivo sarebbe appunto l’annessione della Cisgiordania, in barba a tutte le risoluzioni Onu e agli orientamenti della comunità internazionale.
Usa e Ue senza autorità nel conflitto in Medio Oriente
A favorire il partito della guerra permanente c’è anche lo sfilacciamento del quadro internazionale: nessuna voce è più abbastanza autorevole non solo per porre fine al conflitto, ma neppure per ottenere una tregua (forse appunto perché nessuno dei protagonisti in campo ha un reale interesse a deporre le armi). Nazioni Unite e Unione europea appaiono soggetti sfocati, privi di reali strumenti di pressione. La posizione degli Stati Uniti è doppiamente delicata: voto presidenziale di novembre e storico rapporto privilegiato con Israele obbligano l’amministrazione americana a «frenare», sfumando promesse, aiuti, pressioni. I mediatori arabi (Egitto, Emirati e con loro i Sauditi) scontano i «patti di Abramo»: secondo Hamas sono loro per primi ad aver «abbandonato» i fratelli palestinesi stringendo accordi con Israele – accordi che di commerciale hanno solo la facciata, rappresentando invece una reale e profonda convergenza di interessi e strategie nel fare fronte contro il «nemico comune» iraniano.
Medio Oriente. Un grande gioco che si estende al pianeta intero
I confini del «Grande Gioco» si sono così estesi al pianeta intero, con reti di alleanze e convergenze quasi mai dichiarate e comunque difficili da decifrare. Iran con Russia e Cina e India; altri Paesi (Sudafrica, Cile) che denunciano Israele alle Corti internazionali di giustizia. I massacri a Gaza, poi, hanno contribuito a incrinare profondamente la percezione di Israele proprio là dove più forti erano i consensi e le simpatie per lo Stato ebraico, cioè in Europa occidentale e negli Stati Uniti. L’equazione abbaiata di Netanyahu (criticare Israele significa essere antisemiti) sembra essersi ritorta contro Israele stesso.
La crisi mediorientale mette in luce la debolezza delle democrazie liberali
Rimane un fatto il vuoto di potere che si è creato ai vertici del mondo. Il modello occidentale non ha più la capacità di presa del passato, né sul fronte delle relazioni internazionali né su quello economico e commerciale, dove le nuove potenze emergenti non perdono occasione per cercare alternative al dollaro, che è la pietra miliare del sistema internazionale degli scambi– con tutti i vantaggi di cui gli Stati Uniti hanno fruito da Bretton Woods in poi.
Se l’Occidente non è più garante dell’ordine planetario si può pensare che anche i suoi capisaldi non siano poi così «universali» come si vorrebbe. Ecco allora che la democrazia liberale diventa una semplice opzione, e non più il paradigma («La democrazia è un’istanza della media borghesia»: A Cheng, «La trilogia dei re»).
Israele. Sulla guerra una scommessa rischiosa
Israele è al centro di questi processi e di queste tensioni. Scommettere sulla guerra, come ha fatto il governo in questo anno, significa però mettere a rischio non solo una eventuale sconfitta militare, ma un intero modello di sviluppo. Dal 1995 in poi Israele non è più il Paese dei kibbutz ma una società frammentata in cui gli estremisti religiosi convivono con una larga maggioranza di cittadini totalmente laici, che vivono di innovazione tecnologica e di modernità occidentale. Ed è il Paese in cui non tutti sono cittadini, a cominciare dagli arabi israeliani fino ai palestinesi dei Territori.
La guerra e il nodo irrisolto della convivenza tra israeliani e arabi

Il cardinale Pizzaballa non perde occasione di ricordare come questa guerra, più di ogni altro conflitto, abbia accresciuto la diffidenza profonda tra israeliani e palestinesi, aprendo la via ad una sfiducia dalla quale sarà ancor più difficile risalire. Il nodo irrisolto della convivenza non è solo lo «scandalo» della realtà israeliana: rappresenta l’ostacolo principale a qualunque prospettiva di soluzione per la Palestina.
Gerusalemme e la vittoria del ’67. Un odio antico, difficile da comporre
La vittoria del 1967 e l’annessione di Gerusalemme costituiscono ancora oggi il problema (e certo non solo per responsabilità dei governi israeliani che si sono succeduti negli anni). Rimane drammaticamente vera la frase riportata da un testimone diretto, quando il primo ministro di Israele Eshkol arrivò, la sera del 10 giugno del ‘67, nella Città Vecchia. «In prossimità del Muro del Pianto un gruppo di fedeli ebrei lo applaudì brevemente e lui alzò la mano sinistra, quella dal dito monco, in segno di V. ‘È la V di vittoria?’, gli domandò il sottosegretario. Eshkol lo guardò senza sorridere. ‘No. È la W di Wikrikht men zikh oys, come riusciremo a venirne fuori?’» (E. Amir, «Jasmine», Einaudi 2008).
Foto: Voce E Tempo
