Carceri e giustizia riparativa. Intervista a suor Nicoletta Vessoni, responsabile nazionale delle consacrate che lavorano nei penitenziari

Carceri. La giusta strada della giustizia riparativa

Intervista a suor Nicoletta Vessoni, responsabile nazionale delle consacrate che lavorano nei penitenziari

“Mi pare di poter dire che la situazione oggi nelle carceri in Italia sia giunta al totale collasso per una serie di fattori e di conseguenze che non sono più tollerabili: si parla spesso di sopraffollamento, ma questo è solo uno dei fattori”.  E’ duro il commento di suor Nicoletta Vessoni, operatrice da 11 anni in carcere a Catanzaro e responsabile nazionale delle consacrate che lavorano nei penitenziari in Italia che ha portato la sua testimonianza a inizio novembre al Consiglio Nazionale della Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici).  “Non parliamo poi – spiega la religiosa delle Suore delle Poverelle di Bergamo – della situazione sanitaria che è gravemente compromessa. La mancanza di opportunità lavorative all’interno degli istituti mette tutti in grande affanno. Il rallentamento dell’applicazione di misure alternative ingolfa e pone in grosse difficoltà la vita all’interno degli istituti”.

Il ruolo della Chiesa per il reinserimento dei detenuti

Cosa si dovrebbe mettere in cantiere per un cambiamento reale nelle carceri? Quali sono le lacune?

“Le lacune credo siano quelle della carenza di risposte e risorse che permettano il reinserimento del detenuto. Il privato sociale e soprattutto la Chiesa credo dovrebbe essere molto attenta e attiva in questa direzione come è sempre avvenuto nella storia. Prima che lo Stato crei le risposte, la dimensione profetica della Chiesa dovrebbe venire in aiuto e in supporto a carenze di strutture e opportunità”.

Qual è il ruolo oggi della Chiesa nelle carceri?

“Il ruolo della Chiesa all’interno delle carceri credo sia molto importante e grande. Il carcere è un luogo di solitudine, di sofferenza, di fatica esistenziale. E quale luogo più idoneo perché la Chiesa ci sia? E ci sia con una presenza significativa, dove portare l’annuncio di Speranza e di misericordia. Il Papa parla delle periferie, del cercare i poveri. In carcere non c’è bisogno di cercarli: sono frotte che ti vengono incontro e che ti interpellano. Credo che la Chiesa dovrebbe sempre più esserci in una forma concreta e incisiva”.

Cappellani e volontari in carcere. Un ruolo di accompagnamento

Cosa dovrebbero fare i cappellani e quale dovrebbe essere il ruolo del volontariato?

“I cappellani dovrebbero essere sempre di più dei ministri dispensatori di misericordia, dei buoni samaritani che raccattano e sostengono le fatiche umane dei detenuti e molto spesso delle famiglie dei detenuti. Il cappellano credo che debba fare sempre più la differenza nell’essere presente in questo luogo. Il ruolo del volontario è molto importante e fa da supporto a quello che l’istituzione non può fare. Ma permette di animare sostenere spazi di accompagnamento, sostegno morale, opportunità di occupazione del tempo in modo significativo e costruttivo”.

La situazione carceraria non fa più notizia nonostante i suicidi, il sovraffollamento…. È un “territorio” sconosciuto o se ne vuole stare lontani?

“Credo si preferisca non parlarne o almeno non parlarne in modo significativo e reale, un po’ come si fa con tutte le dimensioni che la società non vuole farsene carico. Credo sia molto importante, e credo che sia compito anche della Chiesa e del mondo del volontariato parlarne, dare voce a chi non ha voce. Diventare grilli parlanti di una parte di umanità che vive in grande affanno fino a giungere a comportamenti estremi”.

Giustizia riparativa. Un percorso che esige un ripensamento

Lei ultimamente si è fatta promotrice di alcuni incontri sulla giustizia riparativa: è possibile? A che punto siamo?

“Da poco mi sono inoltrata in questo tema che mi fa un po’ riflettere. La giustizia riparativa come io l’ho avvicinata, tramite Agnese Moro e i suoi collaboratori, ha un grande spessore che credo diventi una svolta nella vita degli uni e degli altri. Il rischio è che la giustizia riparativa diventi si un tentativo ma molto limitato. Parliamo di una presa di consapevolezza della propria responsabilità di gesti che hanno leso la vita di persone. O comunque di atti che hanno inciso negativamente nella vita della società. Credo che un percorso di questo rilievo non si possa esaurire in sei o sette incontri. Incontri tra l’altro molto spesso vissuti come strumentali a una riduzione di pena.

Credo che la giustizia riparativa sia una grande bella opportunità. Ma se vissuta con estrema serietà e nel quadro di un ripensamento complessivo. Solo così può incidere realmente nella coscienza di chi si appresta a vivere un cambiamento di vita”.

(Foto di carattere generico dagli archivi di Freepik e di Pixabay)

Enzo Gabrieli