Difficile resistere a un piatto di polpette calabresi, dal cuore morbido e dalla crosta croccante. E infatti nessuno tra i giovani delle parrocchie di Maria Regina della Pace e San Gioacchino si è negato il piacere di un sostanzioso assaggio, e magari anche di un bis, della specialità di nonna Ippolita, membro affezionato della comunità. La serata polpette – memorabile per l’impatto gastronomico – si è tenuta a settembre, destinata a diventare la prima pietra di un progetto di condivisione sociale: i “cuochi di Barriera”. Un laboratorio di cucina dove gli anziani diventano maestri dei giovani, in un simbolico passaggio di arti e saperi antichi.
“Cuochi di Barriera”. La cucina che lega nonni e nipoti

A promuovere gli atelier di ‘Cuochi di barriera’ – per il momento quindicinali – c’è don Marco Vitale, parroco in solidum – con don Andrea Bisacchi, don Alessandro Rossi e Richard Zanutto – di Maria Regina della Pace e San Gioacchino. L’una in Barriera di Milano, l’altra a Porta Palazzo, entrambe le parrocchie sono al centro della Torino multietnica. Don Marco, come i suoi confratelli, appartiene del resto alla Fraternità del Sermig, servizio missionario giovani. A nessuno meglio di lui quindi poteva venire in mente di sperimentare nuovi percorsi missionari. Legando sul filo di una ricetta i capi estremi delle generazioni dei suoi parrocchiani: quelli più giovani e quelli più anziani.
“Cuochi di Barriera”. Anziani fragili e giovani di 22 nazionalità
“Nelle due parrocchie, ma soprattutto in San Gioacchino, ruotano circa 60 anziani – informa don Vitale – Entusiasti e assidui frequentatori degli incontri che organizziamo per loro, perlopiù di carattere medico e sanitario. Non pochi sono persone fragili, sole e timorose di muoversi in quartieri sempre più rischiosi”. La comunità è invece prodiga di giovani, su un territorio caratterizzato da forte immigrazione. Gli iscritti all’oratorio sono infatti 300, tra bambini e adolescenti, di 22 diverse nazionalità: marocchini, tunisini, egiziani, albanesi, rumeni, somali, ghanesi, nigeriani, ivoriani, congolesi, iraniani, cinesi, peruviani, venezuelani…E tutti, anche se nati in Italia e orgogliosi di esserlo, portano con sé un bagaglio di culture, usanze e tradizioni miste, che sono ben felici di condividere con gli altri. Anche con i più attempati.
Esperimenti di condivisione tra generazioni lontane

“I nostri esperimenti di condivisione sono nati quasi per caso quest’estate – racconta don Marco – Si portavano i bambini e i ragazzi in escursione o in piscina. Avere la disponibilità di qualche nonno per vegliare sull’incolumità del gruppo era d’aiuto. Abbiamo constatato così che nel clima rilassato del momento di svago nascevano spontaneamente amicizie. E le persone si raccontavano. Gli anziani parlavano magari del proprio passato di migranti, alle prese con problemi non dissimili da quelli che si trovano ad affrontare i ragazzi di oggi”.
Ippolita, 76 anni portati a meraviglia, ha anche lei un passato da migrante. “Era approdata a Torino, dalla Calabria, in quella che all’epoca era la città dell’auto – prosegue don Marco – Allora il lavoro non mancava. La giovane Ippolita si era subito sistemata come sarta raggiungendo il marito suo compaesano. I due avevano messo su casa, mai allontanandosi da Barriera”. Lella, amica di Ippolita, anche lei sulla settantina, non ha avuto una storia diversa. Le due donne oggi amano portare i propri manicaretti in parrocchia, orgogliose del successo che riscuotono.
I sapori di antiche ricette nella cucina di Maria Regina della Pace
Perché non aprire la cucina della parrocchia a Ippolita e alla sua amica? Perché non dare ai ragazzi, che nei campi estivi hanno dato prova di paurosa inconsistenza culinaria, l’opportunità di apprendere i segreti delle cuoche provette? Di qui l’idea di Cuochi di barriera. “Abbiamo affidato a Ippolita e a Lella un gruppo di ragazze e ragazzi interessati alla gastronomia – continua don Marco – Ne è uscita la mitica serata da leccarsi i baffi”. Ma la delizia dei piatti non ha eguagliato la ricchezza dello scambio umano.
“Da figure sfocate che erano, Ippolita e gli altri anziani presenti sono diventati agli occhi dei ragazzi persone in carne e ossa. Con un loro passato, una loro dimensione e valore”. Non a caso, “sapendo che Ippolita aveva paura a girare di notte per le strade non del tutto sicure di Barriera, 15 giovani l’hanno scortata sino al suo portone. E lei si è sentita importante, circondata da un affetto che da tempo considerava perduto. Ora c’è chi la riconosce nel quartiere. E che la stima e che la chiama nonna”.
In cucina per imparare, sperimentare, condividere, abbracciare
Di nonni i giovani di Barriera ne hanno pochi. La maggior parte è rimasta in Marocco, in Tunisia, in Romania o ancora in Cina. Osserva don Marco: “Per i nostri ragazzi è una festa scendere in cucina – magari al termine del dopo-scuola – sgranocchiare un biscotto e apprendere i segreti di una ricetta con Ippolita e le sue amiche”. Ora si tratta di intensificare queste occasioni, di darvi più regolarità e soprattutto di moltiplicare le cuoche. Cuochi di barriera cerca esperti ai fornelli. “Abbiamo già una mamma del Maghreb che si è resa disponibile per lezioni di cous cous. Personalmente ho poi contatti con un pastificio pugliese che sforna taralli e scaldatelli per tutto il quartiere. Sto cercando accaparrarmi il cuoco per qualche pomeriggio a tema…”. Altri chef, mamme e nonne potranno poi unirsi al corpo insegnante strada facendo.
Prossima tappa: il corso di falegnameria
L’esperimento del resto non è destinato ad arrestarsi alle porte della cucina e suoi cuochi di barriera. “C’è un nonno ex falegname prontissimo a insegnare a piantare chiodi e montare cassetti”. L’augurio è che tra nonne ricamatrici e nonni decoratori, i ragazzi possano riscoprire una manualità in cui mai si sono cimentati. “Abituati a stare sempre davanti a uno schermo – considera don Marco – rischiano di perdere i contatti con il mondo reale e le sue necessità quotidiane. E poi il saper fare dà anche soddisfazioni, aumenta l’autostima”.
Parrocchia, una casa sempre aperta
Ma l’obiettivo a non lungo termine è anche più ambizioso. Fare della parrocchia la casa di tutti, 24 ore su 24. “Un posto accogliente – annuisce don Marco – da frequentare in infinite occasioni, quando se ne ha voglia, e non solo per seguire una conferenza o per svolgervi attività. Vogliamo che una ragazza, dopo lo studio, possa anche scendere in cucina per prendersi un caffè. Proprio come farebbe a casa sua. E magari qui incrociare nonna Ippolita e scambiare con lei quattro chiacchiere”.
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