Scuola. Bullismo, aggressioni, scollamento tra docenti e famiglie. L’istituzione scolastica non è più vista come bene pubblico da proteggere

Scuola. Perdita di autorevolezza e violenze

I ripetuti casi di bullismo, gli studenti che aggrediscono i docenti, le famiglie che si rifiutano di collaborare L’istituzione scolastica non è più percepita come un bene pubblico da proteggere

Lo studente che sparacchia pallini a una docente, un altro che minaccia l’insegnante con un coltello, parenti urlanti inattesa della fine delle lezioni del professore da ‘punire’, ripetuti casi di bullismo dentro e fuori le aule. Non passa settimana che le cronache dei giornali riportino notizie che documentano una crescita della violenza scolastica senza precedenti.

Quando nel 1974 furono costituiti i consigli scolastici di istituto il legislatore offrì alla comunità scolastica uno strumento per superare antichi steccati e migliorare la scuola attraverso la collaborazione tra docenti, famiglie e studenti. Dopo un iniziale entusiasmo, come è ben noto, questa opportunità è pressoché caduta nel vuoto e il rito dei consigli scolastici si trascina da anni stancamente.

Scuola. Netto scollamento tra insegnanti e famiglie

Nel frattempo nuovi fenomeni di segno opposto hanno occupato la scena scolastica: una sempre più evidente separazione (si parla in generale, esistono anche ovviamente numerosi casi virtuosi di segno contrario) tra il mondo degli insegnanti e quello delle famiglie. I primi, gelosi della loro autonomia professionale, hanno via via sempre meno sopportato le interferenze dei genitori nei programmi, nei metodi di insegnamento, nella gestione della condotta disciplinare. I secondi raramente sono riusciti a collocarsi da un punto di vista globale e si sono spesso rinchiusi nell’angolino del rendimento o dell’indisciplina del proprio marmocchio. Quanto ai giovani, allo scherzo goliardico (da sempre esistito) è subentrata la violenza fisica e soprattutto psicologica del bullismo.

Incomunicabilità e delegittimazione dell’insegnante

Sempre restando a livello di lettura generale, si è creata una certa incomunicabilità nella vita scolastica tra insegnanti e genitori, che invece dovrebbero andare di comune accordo nell’interesse dei reciproci figli e alunni. Purtroppo questa incomunicabilità talvolta fuoriesce dai normali comportamenti e si trasforma in comportamenti negativi. Che vanno dalla semplice chat tra genitori che criticano in privato i docenti, alla delegittimazione degli insegnanti (quando, per esempio, se ne parla male in casa con figli). Fino ai casi più gravi di vere e proprie aggressioni singole e collettive ai danni di qualche docente sgradito o giudicato inadatto al proprio ruolo o perché troppo severo.

La scuola accerchiata da insoddisfazione crescente

Non si può fare di ogni erba un fascio e ciascun caso – dalle critiche più blande all’aggressione collettiva al bullismo più bieco – va esaminato in tutti i suoi aspetti e non può essere valutato genericamente. Quando c’è poi di mezzo la violenza è d’obbligo entrare in un campo – quello giudiziario – che è il più lontano possibile dalle regole di una sana vita scolastica. L’infittirsi di casi piccoli e gravi invita tuttavia alla riflessione su una questione che suscita più di un interrogativo. Perché la scuola è accerchiata da una insoddisfazione crescente? Da studenti che aggrediscono i docenti? Da famiglie che invece di collaborare si mettono di traverso e – questo è il caso degli ultimi giorni – addirittura si organizzano per ‘dare una lezione’ a un docente sgradito? Detto con altre meno sfumate parole. Perché c’è in giro (per fortuna al momento in una minoranza) una gran voglia di farsi le ragioni da soli? E anche di menare le mani?

Docenti privati di autorevolezza

Le ragioni sono molteplici sarebbero necessari approfonditi studi sociologici, psicologici e forse anche psichiatrici per andare alle radici di un fenomeno triste e complesso. L’odierno disagio, che esisteva anche in passato, un tempo era assorbito dal rispetto verso la scuola e gli insegnanti. Dall’importanza assegnata al voto scolastico (anche quando era talora discutibile). Dalla precisa distinzione dei ruoli, docente e parentale. Tutto questo è da tempo venuto meno e alla scuola e agli insegnanti ormai manca l’ombrello di quella autorevolezza che è la condizione per farsi rispettare e meritare il rispetto degli altri.

La scuola non è più vista come bene pubblico

Dovremmo chiederci perché in occasione delle iscrizioni scolastiche i genitori vanno in cerca della scuola che gode del maggior credito nel quartiere o nella città. O perché optino per un istituto paritario ritenuto più affidabile del suo omologo statale. Alla base della scelta definitiva sta per l’appunto la ricerca di una scuola autorevole e, in quanto tale, di una buona scuola. Questo meccanismo che ancora funziona a livello micro sociale è ormai inapplicabile per la scuola vista come istituzione fondamentale della vita sociale. La scuola non è più percepita come un bene pubblico da proteggere. Nonostante i suoi oltre 7 milioni di alunni e il coinvolgimento di una famiglia italiana su due nella vita scolastica.

La formazione non è più garanzia di futuro professionale

Molte responsabilità ricadono sulla classe politica, che spesso ha guardato alla scuola in forma distratta. Ciascuna parte politica timorosa di perdere voti se dovesse prendere decisioni energiche. Ma ciò che è più inquietante è che la scuola non è più autorevole perché non è più percepita come luogo di formazione culturale e garanzia di un futuro professionale dignitoso. Le aziende non si fidano del voto conseguito alla maturità. Le iscrizioni all’Università sono condizionate da esami di ammissione. Il principio (giusto) della scuola per tutti è confuso con la regola della semplificazione elementaristica dei contenuti. Chi può va a studiare all’estero. Al venir meno dell’autorevolezza corrisponde la mancanza di stima complessiva verso l’istituzione che apre la strada ai – comunque, sia ben chiaro, ingiustificabili– fenomeni di cui si diceva all’inizio. Se manca la stima si aprono voragini pericolose: parole grosse, giudizi volgari, comportamenti maleducati e, nei casi più gravi, anche minacce e aggressioni fisiche.

Scuola. Il momento del ricambio generazionale

Come l’autorevolezza si conquista poco alla volta, così la sua perdita è un processo che si compie gradualmente su un piano inclinato diretto verso il basso. Per capire come mai in Italia (ma anche in molti altri paesi vicini a noi, e non invece nei paesi del nord Europa) il carico di risentimento e di violenza sia così diffuso bisogna tornare indietro di qualche decennio. Suggerirei in primo luogo, di non sottovalutare la scolarizzazione di massa avviata verso gli anni ’60-’70. Che ha richiesto un’immissione rapida in servizio di una grande quantità di docenti precari per coprire le cattedre scoperte, spesso laureati disoccupati. Docenti assunti purtroppo alla svelta senza minimamente vagliarne le qualità, con il risultato di imbarcare sulla nave scolastica anche inetti, ignoranti, persone semplicemente inadatte alla professione docente. Per vent’anni circa non ci sono stati concorsi e gli esiti (negativi) si raccolgono ora. Molti degli ex precari sono ora in pensione e si apre una stagione favorevole a buon ricambio generazionale. L’augurio è che non si perda questa occasione.

Dalla scuola che insegna alla scuola che assiste

I bassi stipendi hanno poi screditato il mestiere dell’insegnante, al punto che ora, in specie nelle discipline scientifiche, mancano i docenti. I laureati migliori trovano facile impiego e retribuzioni più attraenti altrove, lasciando i posti della scuola ai colleghi meno bravi. Una scuola di bassa qualità sul piano della docenza non può pretendere di essere autorevole. E qui sta il nodo più dolente. L’indebolimento culturale della scuola e la sua trasformazione (almeno di una parte di istituti) in semplice ritrovo accogliente dove riunire masse di ragazzi e giovani che, abbandonati a sé stessi, bighellonerebbero per strade e giardini. Ciò significa il passaggio dalla scuola che insegna alla scuola che assiste. Il suo ruolo di diffusione del sapere oggi è ormai soppiantato da grandi e piccoli strumenti mediali. Più facile smanettare piuttosto che leggere e comprendere qualche terzina di Dante.

Alla scuola serve più credibilità

All’impoverimento sociale ed educativo della scuola non è stata secondaria, infine, la trasformazione del ruolo del dirigente scolastico, che in passato, specie nelle classi elementari, era corresponsabile con i maestri dell’apprendimento degli allievi. L’ingresso delle teorie manageriali anche nella vita scolastica ne ha stravolto i compiti. Presidi e direttori sono sempre più concepiti dal Ministero come organizzatori, procacciatori di finanziamenti, una specie di leader aziendali. Sottovalutando l’importanza della guida didattica (se la nave non ha guida, sbanda da una parte o dall’altra con le conseguenze inevitabili sul piano della sostanza e dell’immagine). In una parola: se si vogliono contenere i casi di malcostume scolastico non basta giustamente e severamente perseguire chi è responsabile di maleducazione e reati, ma anche frenare la perdita di autorevolezza della scuola. E, dunque, agire sul piano del rafforzamento della sua credibilità e qualità.

Foto: La Voce e il Tempo

Giorgio Chiosso

pubblicato su La Voce e il Tempo