Morte e suicidio assistito. I tentativi di legiferare in materia. La morte separa l’anima dal corpo. Non è soltanto fenomeno biologico

Suicidio assistito. Un pendio scivoloso?

La morte separa l’anima dal corpo. Non è soltanto fenomeno biologico. Difficili i tentativi di legiferare in materia

Don Claudio Almeyra Fereyre

La morte è una realtà molto complessa e difficile da comprendere in alcune circostanze. In epoca moderna abbiamo assistito a un processo di degradazione del significato fondamentale della vita umana e, di conseguenza, della morte. La teoria greco-cristiana che definiva la morte come la separazione dell’anima dal corpo è oggi in crisi, poiché si cerca di ridurre il fenomeno della morte a un aspetto puramente scientifico o biologico, ignorando una delle dimensioni più importanti della persona: la trascendenza.

Suicidio assistito contro l’accanimento terapeutico


La “medicalizzazione” della morte provoca un doppio movimento. Da un lato, un accanimento terapeutico, in cui l’obiettivo è prolungare la vita del morente fino alle ultime conseguenze. Dall’altro, il rifiuto di questa pratica crudele attraverso il suicidio assistito o l’eutanasia.
In definitiva, questo comportamento porta con sé l’ideologia nichilista, che nega la natura spirituale della persona umana e la sua apertura, attraverso la morte, all’ordine eterno (trascendenza).

Legiferare a favore della morte mina il principio della vita


In questi giorni abbiamo assistito a tentativi di legiferare sulla pratica del suicidio assistito, difendendo paradossalmente la dignità della vita. Dobbiamo dire che questo tipo di legislazione è ingiusta. Perché riduce indebitamente la dignità al solo esercizio dell’autodeterminazione. Che è senza dubbio un principio etico importante. Ma che coinvolge il principio della libertà e della responsabilità. Legiferare a favore della morte in queste circostanze non solo mina il principio fondamentale della vita umana, ma ferisce le relazioni umane, la fiducia reciproca e la giustizia.

Papa Francesco. “Attenzione alla cultura dell’usa e getta”

Papa Francesco

Papa Francesco afferma a questo proposito che “il contesto socio-culturale odierno sta progressivamente erodendo la consapevolezza di ciò che rende preziosa la vita umana. Infatti, la vita è sempre più valutata per la sua efficienza e utilità, al punto da considerare “vite scartate” o “vite indegne” quelle che non si conformano a questo criterio. In questa situazione di perdita di valori autentici, vengono meno anche gli ineludibili doveri di solidarietà e fraternità umana e cristiana. Infatti, una società merita di essere definita “civile” se sviluppa anticorpi contro la cultura dell’usa e getta. Quando riconosce il valore intangibile della vita umana.  Ogni qual volta pratica e tutela attivamente la solidarietà come base della convivenza”.

Dare speranza a chi soffre e a chi accompagna fino alla morte


Dal punto di vista clinico, i fattori che maggiormente determinano la richiesta di eutanasia e suicidio assistito sono il dolore incontrollato e la mancanza di speranza. Fattore indotto anche dall’assistenza umana, psicologica e spirituale, spesso inadeguata, fornita da chi si prende cura del paziente.
Ecco perché in questo contesto va rivalutata la virtù della speranza. La speranza aiuta a reagire, offrendo una sorta di dinamismo che rafforza non solo chi soffre ma anche chi accompagna quello stato di sofferenza. Invece di cadere in una falsa accondiscendenza, che a volte è la via più facile, bisogna offrire al paziente l’aiuto indispensabile per uscire dalla sua disperazione. È ormai scientificamente provato che le cure palliative possono prevenire la sofferenza e migliorare la qualità della vita.

Chi chiede la morte in realtà reclama amore


L’esperienza lo conferma. Le suppliche dei malati molto gravi che talvolta invocano la morte non devono essere intese come espressione di un reale desiderio di morire. In realtà, si tratta quasi sempre di richieste angosciose di assistenza e affetto. Oltre alle cure mediche, ciò di cui il malato ha bisogno è il calore umano e l’amore di tutti coloro che gli sono vicini. Parenti, amici, medici e infermieri.
Il malato che si sente circondato da una presenza amorevole, umana e cristiana supera ogni forma di depressione. Non cade nell’angoscia di chi, al contrario, si sente solo e abbandonato al suo destino di sofferenza e di morte. L’uomo, infatti, non vive il dolore solo come fatto biologico. Ma come mistero della vulnerabilità umana, in relazione alla fine della vita fisica. Evento difficile da accettare, dato che l’unità di anima e corpo è essenziale per la persona umana.

Contro l’angoscia della morte, l’abbraccio della speranza

Per questo è fondamentale rivalutare la trascendenza dell’essere umano e l’umanizzazione della medicina. Soprattutto per chi deve accompagnare le persone che soffrono di una malattia cronica o sono nella fase terminale della vita. L’operatore sanitario deve saper essere attento a chi soffre l’angoscia del morire. E deve anche sapere consolare con discorsi aperti alla speranza. Instaurando una relazione empatica con il paziente. E aiutandolo ad allargare gli orizzonti della vita oltre l’evento morte.

Chi chiede di morire, in realtà, chiede di essere aiutato a vivere in modo diverso. A volte gli basta poter toccare con mano che il suo dolore è condiviso da altri per elaborarlo positivamente. Ed è per questo che si raccomanda agli ospedali di non isolare i malati terminali. La sola esperienza di un reparto in cui tutti i pazienti soffrono in modo simile può risvegliare un’incredibile capacità di resilienza di fronte alla depressione e alla sofferenza.

Suicidio assistito. La prova che si è perso il senso della sofferenza e della morte


Da un punto di vista etico, il suicidio assistito si trova in un pendio scivoloso. Oggi i progressi tecnici, scientifici e medici hanno reso più facile e accessibile combattere il dolore o vivere più comodamente in generale, soprattutto nel mondo occidentale. Perciò risulta paradossale favorire l’eutanasia o il suicidio assistito, per evitare le sofferenze. Forse bisognerebbe capire che non è il dolore ad essere diventato insopportabile. Il vero problema è che sono venute meno le ragioni del vivere. Che si è perso il senso che si dovrebbe dare alla sofferenza e alla morte.

(Foto di carattere generico tratte da Freepik e da Pixabay)

Don Claudio Almeyra Fereyre

pubblicato su Diocesi di Acqui