Giovanni Paolo II. La conferenza Totus Tuus al palazzo regionale di Aosta. Un viaggio nei ricordi e negli affetti

Giovanni Paolo II, innamorato della Valle d’Aosta

La conferenza Totus Tuus al palazzo regionale di Aosta Un viaggio nei ricordi e negli affetti. Un affetto che papa Wojtyla ha sempre ricambiato ai valdostani

I relatori alla conferenza su Giovanni Paolo II

Non soltanto una celebrazione, ma un viaggio nei ricordi e, per molti, negli affetti. Venerdì 4 aprile, alle 18, nella sala Maria Ida Viglino del Palazzo regionale di Aosta, per la conferenza “Totus Tuus”, moderata, ma anche ideata da Alessandra Ferraro, giornalista e direttore di Rai Isoradio, si sono dati appuntamento tantissime persone unite da un tutt’altro che sottile filo rosso. L’affetto per Giovanni Paolo II. L’affetto per un uomo che è diventato Santo.

Un papa in giacca a vento e scarponi

Un sentimento ricambiato quello dei valligiani per papa Wojtyla. Come ha evidenziato Ferraro commentando l’immagine scelta come icona dell’evento: “Non a caso abbiamo voluto scegliere un’immagine ricorrente, diventata storica come tante altre. Il santo padre con la giacca a vento, il cappello, gli scarponi da montagna e il bastone, come si è soliti andare in montagna. Lui che contempla il paesaggio, la natura. Era innamorato della Valle d’Aosta”.

Papa Giovanni Paolo II nei ricordi di chi lo ha conosciuto

Al tavolo dei relatori, oltre a Ferraro, alcuni testimoni privilegiati:

  • mons. Alberto Maria Careggio, già responsabile dei soggiorni estivi del Santo Padre
  • Domenico Giani, già Capo della Gendarmeria vaticana
  • Giovanna Chirri, giornalista vaticanista che ha seguito per l’Ansa le vacanze valdostane dell’allora Santo Padre e che per prima ha annunciato al mondo intero le dimissioni di Papa Benedetto XVI

Tra il pubblico tante persone che a vario titolo sono stati testimoni oculari del passaggio di papa Wojtyla.

  • Renzo Besanzini
  • don Aldo Armellin
  • Carlo Gobbo, la cui intervista al Papa polacco è stata ripescata dalle teche della Rai e proposta all’inizio della serata

Un elenco che potrebbe proseguire ancora.

Per il papa polacco la natura ha un “suo linguaggio spirituale”

Assemblea sinodale. Mons. Lovignana, vescovo di Aosta e presidente Cep, parla in vista dell'incontro dal 15 al 17 novembre a Roma
Mons. Lovignana, vescovo di Aosta e presidente Cep. Foto Siciliani-Gennari/SIR

A portare il saluto istituzionale il vescovo di Aosta, mons. Franco Lovignana, il presidente del Consiglio Alberto Bertin, e quello della Regione, Renzo Testolin. A inizio serata mons. Careggio ha letto un messaggio di mons. Stanislao Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia e già segretario particolare del Santo Padre. Oltre a diversi servizi RAI, è stato anche proposto un intervento video di mons. Dario Edoardo Viganò, vice cancelliere per le comunicazioni della Pontificia Accademia delle Scienze, sulla capacità comunicativa di Giovanni Paolo II. E su come la sua vita sia stata oggetto di molte fiction, sia Rai sia Mediaset, di grande successo. Del resto è tutto già chiaro fin dall’inizio. Il pontefice polacco nell’intervista di Gobbo dice che la natura, per quanto sia una realtà fisica, parla con un “suo linguaggio spirituale”, di cui lei stessa non è cosciente, ma che l’uomo percepisce.

Mons. Lovignana: “San Giovanni Paolo II e l’invito ad aprire lo sguardo al mondo”

Il Monte Bianco

Mons. Lovignana, nel suo saluto, ha sottolineato che “nei lunghi anni in cui il Papa ha soggiornato ad Introd per le sue vacanze, non ha mancato mai di invitare valdostani e turisti che lo seguivano a passare dalla bellezza della natura alla contemplazione del Creatore”. Il vescovo si è anche detto sempre colpito dal fatto che “nei suoi discorsi pronunciati in Valle d’Aosta si verificava il continuo allargamento degli orizzonti al mondo. Un po’ come dire andiamo oltre alle montagne, come una sentinella che stando in alto vede lontano. Il 6 settembre del 1986, in piazza Chanoux, in occasione della visita pastorale aveva detto: ‘La vostra valle, lanciata in verticale per la realtà della natura alpestre, non ha dimenticato la dimensione orizzontale delle relazioni umane. Se sotto il profilo geografico appare una conca chiusa, per volontà degli uomini essa è divenuta socialmente aperta, anzi luogo di raccordo e di passaggio obbligato di paesi che si trovano nel cuore del continente’. E ci ha sempre spronato ad avere questo sguardo aperto al mondo fin dal mirabile Angelus pronunciato sulla cima dello Chetif il 7 settembre 1986”.

Il papa che ha fatto riscoprire ai valdostani l’attaccamento ai valori della cristianità

Il presidente Bertin ha ricordato San Giovanni Paolo II come “una figura di rilievo della storia contemporanea. Che ha avuto un legame speciale con la nostra regione. Un protagonista del nostro tempo. Un uomo che ha saputo dialogare con il mondo, affrontare le grandi difficoltà del decennio e lasciare un’impronta a livello internazionale toccando valori universali come il dialogo, la pace e la dignità umana”. Il presidente Testolin ha detto che Giovanni Paolo II ha fatto riscoprire ai valdostani un attaccamento alla cristianità, a Dio e alla fede che probabilmente si era un po’ assopita. “Una cristianità che fa parte dell’essere valdostano, della sua cultura, del suo percorso storico”.

San Giovanni Paolo II e l’entusiasmo di inerpicarsi tra i monti

Mons. Careggio ha offerto una ricca carrellata di aneddoti, (molti dei quali si trovano nel suo libro “Giovanni Paolo II – L’uomo delle alte vette”). Tracciando un’immagine di grande familiarità del Papa polacco, sempre entusiasta di salire. E di scoprire nuovi scorci naturali in una regione che sembrava offrirne senza limiti. “Ogni giorno voleva uscire, anche quando il tempo non lo permetteva. Ricordo di una escursione alla quale ero decisamente contrario. E a cui lo era ancora di più il dottor Cerise, più competente di me. La mattina si decideva dove. E don Stanislao mi domandava ‘allora dove ci porti questa mattina?’. Io gli ho detto questa mattina ci portiamo tutti quanti a letto. Era una giornata uggiosa, brutta, la becca di Nona era avviluppata dalle nuvole come un pacchetto da spedire. Non si vedeva niente. Ma Stanislao insisteva che dovevamo uscire. Una gita che fu accompagnata anche da un po’ di pioggia”.

Il Papa e l’abbraccio struggente alla croce, nel giorno di inizio della guerra in Kosovo

La meta scelta, era il 17 luglio 1991, fu un alpeggio nei pressi della Becca di Nona. Ma quel giorno anche i grandi eventi della storia attraversavano la mente del pontefice. “Arrivammo nel frattempo alla Croce. Nella zona di Comboé. Quel giorno il Papa non era sereno. Perché era piuttosto triste, una sofferenza interiore. Si è abbracciato alla croce in una maniera tale da metterci tutti in imbarazzo. L’abbiamo lasciato solo, particolarmente solo. Il Pontefice aveva appena saputo la brutta notizia dell’inizio della guerra del Kosovo”.

Mai visto un Papa in vacanza e per giunta in montagna

Giovanna Chirri ha raccontato il ruolo dei mezzi di comunicazione che seguivano il Papa. “All’epoca non c’erano tutti i mezzi tecnologici di adesso. Quindi la presenza dei giornalisti in Valle d’Aosta era effettivamente utile. La vacanza di Giovanni Paolo II poi era stata un unicum di novità all’inizio. Non si era mai visto un Papa che andava in vacanza, per giunta in montagna. Bisognava seguirlo sui sentieri, capire dove doveva andare, cosa che non ci riusciva mai. L’unica cosa che si poteva fare, una volta capito dove era stato, era mettersi in contatto con chi lo aveva incontrato. Ovviamente questo avveniva nei primi tempi eroici quando Giovanni Paolo II era in ottima forma e faceva escursioni tutti i giorni. Successivamente quando si muoveva di meno il compito del giornalista era un po’ quello di monitorare la sua situazione. Noi eravamo anche un elemento di congiunzione con la comunicazione istituzionale. L’allora portavoce Joaquin Navarro Valls contava molto su di noi. A quell’epoca non c’era internet o gli sms. Quindi diventavamo parte della comunicazione diffondendo la parola del Papa, mediata spesso dal suo portavoce, quando c’erano grandi questioni a livello internazionale”. Chirri sottolinea anche il positivo clima creato con le istituzioni regionali e comunali. “Ricordo con tantissimo affetto Osvaldo Naudin, lo storico sindaco di Introd. Che per noi e per le nostre famiglie è stata una presenza bellissima”.

La prima visita di Giovanni Paolo II a La Verna. L’inizio di una lunga intesa

Terzo testimone Domenico Giani, alla guida della gendarmeria Vaticana, l’angelo custode di ben tre pontefici. “Per me – ha detto Giani – è stato un dono della provvidenza, perché, come sempre racconto, mai avrei immaginato di diventare il comandante della Gendarmeria e occuparmi della figura del Santo Padre. Tutto nacque con la visita di Giovanni Paolo II a La Verna. Io ero un ufficiale della Guardia di Finanza, però ero vicino ai frati della Verna. E quindi quando il Papa venne in visita mi fu chiesto di dare una mano. Tutti mi parlavano di questo comandante Cibin, l’uomo a cui sono succeduto, una figura mitologica, che ha servito i papi per oltre 60 anni, una figura davvero austera.

Mi commuove ricordare quest’uomo per il senso del suo servizio alla Chiesa e al Santo Padre. Io ero un giovanissimo finanziere che stava dando una mano ai frati. E avevo organizzato certe cose. Avevo preso la licenza per aiutarli e avevo lasciato a casa mia moglie e il mio bambino molto piccolo. Arriva questo signore che mi dice che così non va bene. Io gli ho risposto ‘non so chi sia lei’, e lui “io non so chi sia lei, ma lei saprà chi sono io molto presto. Forse lei non sa che questo da questo momento non è più l’Italia, ma è Vaticano’. Quindi lì per lì ci fu uno screzio durissimo. Poi le cose hanno preso una piega diversa”.

“Si respirava l’aria di santità di papa Wojtyla”

“Siamo andati insieme a fare dei sopralluoghi. Lui mi ha fatto delle domande e, quando ha saputo che avevo preso le ferie per svolgere questo servizio, è nata una grande amicizia, una stima, che dopo alcuni anni mi ha portato nel 1999 a essere chiamato direttamente come vicecomandante, e poi a diventare comandante. Il Papa era già un Papa molto malato, però devo dirvi che sono stati anni per me molto importanti fino alla fine dei suoi giorni. Perché poi, quando il Santo Padre è stato ricoverato al Gemelli, io sono stato lì tutti i giorni, tutto il giorno. E quindi respiravamo l’aria della santità di questo uomo. Era alla porta accanto. Non lo potevamo ovviamente vedere, ma sapevamo che c’era il Papa. E che da quel letto di ospedale continuava a testimoniare la sua forza. Affacciandosi alla finestra nei momenti anche di fatica. Lui era lì dove dava testimonianza della sua presenza e della sua fede. Gli oltre 21 anni che ho servito in Vaticano sono stati caratterizzati da tantissimi viaggi internazionali, e da centinaia di visite in Italia. Sono stati anni di grazia perché veramente io ho imparato ad amare la Chiesa, che già peraltro amavo per formazione. Il comandante Camillo Cibin quando sceglieva i Gendarmi diceva che chi è fedele al parroco sarà fedele al Papa”.

A cura di: Redazione

pubblicato su Corriere della Valle