Immagine di fedeli nel Duomo di Torino per la festa di San Giovanni

Repole,la denatalità è un fallimento culturale epocale

Nel giorno della festa di San Giovanni, patrono della Città, l'invito del Cardinale Repole a non avere paura della libertà che ogni nuovo essere umano rappresenta

Diretto l’affondo del cardinale Roberto Repole nella sua omelia, questa mattina 24 giugno, per la festa di San Giovanni. Nel giorno in cui si celebra il Patrono della città, l’Arcivescovo di Torino, prendendo spunto dal Vangelo di Luca sulla natività di Giovanni Battista e sull’importanza di accogliere una nuova vita, ha rimarcato che “il calo demografico sta svuotando le scuole a Torino, ormai anche le superiori: l’anno prossimo le scuole della città avranno 1.147 allievi in meno (senza considerare il calo aggiuntivo negli asili); a livello piemontese saranno 7.300 in meno. Sempre meno bambini ‘crescono, si fortificano’ a Torino e si preparano ad essere gli adulti di domani”.

Siamo alle prese con un fallimento culturale epocale


Numeri che spingono il Cardinale torinese ad affermare che “siamo alle prese con un fallimento culturale epocale”. Tratteggia gli atteggiamenti che hanno portato a questo. Definisce “stupido” il fatto “che sia stato sempre deriso e snobbato, considerato bigotto o di destra, l’insegnamento della Chiesa a sostegno della maternità”. E’ “miope” evidenzia Repole “che per sostenere, com’è necessario, i diritti fondamentali delle donne siano stati presentati come antitetici al bisogno sociale di natalità”. Afferma che sia “”triste e molto inquietante”, per la tenuta stessa della democrazia, che il termine “pro vita” sia ormai diventato quasi un insulto da affibbiare ai movimenti che pongono il problema della natalità: scritte violente e insultanti sono comparse ancora pochi mesi fa sui muri di Torino.” Essere pro vita – ha detto – sembra una cosa medioevale; invece essere pro morte (combattere per l’eutanasia) suona moderno. Ci stiamo suicidando”.

Gli effetti dell’iperliberismo


Il Cardinale indentifica le cause di tutto ciò nel concorso massiccio “di un iperliberismo che sta trasformando il lavoro in una merce disprezzabile”. E spiega: “c’è il problema delle aziende che spostano la produzione lontano dalla città, mentre qui a Torino il 75% dei giovani (quelli che restano) trova solo più lavori precari, contratti di pochi mesi o addirittura giorni: come pretendiamo che mettano su famiglia e facciano figli?”

Disegna il modello tutto torinese “di immobilizzazione del denaro accumulato dai grandi proprietari di patrimoni, che preferiscono tenerlo nelle banche, in quantità immense, piuttosto che investirlo nel circuito delle imprese e nello sviluppo dell’economia reale.” E ne fornisce anche un ordine di grandezza: l’anno scorso hanno incrementato i patrimoni privati di un altro +6%: 76 miliardi di euro sono chiusi nelle banche.

Un modello di welfare da riformare


Pone al centro del dibattito la valutazione del sistema del welfare. E si chiede “se i nostri sistemi di welfare siano tutti efficienti come amiamo credere. Rispetto alle famiglie giovani funzionano? Come mai nei Paesi del Nord Europa (o anche più vicino: nella provincia di Bolzano) i servizi di welfare ottengono che le donne lavorino con soddisfazione e le nascite non calino?” .

Ed ecco arrivare l’affondo rispetto alla città: “per Torino non c’è emergenza più grande di questa, dei bambini e dei giovani. Sappiamo che nel prossimo futuro, senza giovani, sarà difficile mandare avanti la città e per esempio sarà difficile pagare le pensioni agli anziani. Ma attenzione: i giovani non sono contrapposti agli anziani, è vero l’esatto contrario. Solo curando con ogni premura i nostri anziani, solo investendo nell’assistenza dei malati, noi dichiariamo alle famiglie che in questa società conviene vivere e avere figli che saranno trattati con amore in ogni passaggio della loro vita”.

Nel Vangelo un aiuto a comprendere e rinnovare


“È qui che il vangelo continua a illuminare. – afferma l’Arcivescovo -. Il problema è principalmente culturale. Non è difficile vedere come alla radice dei diversi fenomeni che ho provato a inanellare ci sia un modo di rapportarsi all’esistenza fatto di dominio, di controllo totale della realtà, di crescente manipolazione di tutta la vita, in tutte le sue dimensioni”.
“Il vangelo continua ad essere anche per noi, a Torino, qualcosa di nuovo e di rinnovatore. – invita – Possiamo smettere di avere paura della libertà che ogni nuovo essere umano rappresenta. Possiamo cominciare a vedere davvero e fino in fondo i bambini che crescono nel deserto, lontano dai riflettori, ma che come Giovanni Battista sono il futuro. Un giorno questi bambini diventeranno adulti e si manifesteranno, assumeranno la loro funzione. Possiamo cominciare a chiederci: quale volto avranno? chi stiamo crescendo?”.
Invita quindi ciascuno a fare la sua parte.

(foto Caritas – Torino)

Chiara Genisoi