Palermitana, Alessandra Trotta è la prima metodista a guidare la Tavola valdese, incarico che ricopre dal 2019 e che il Sinodo ha confermato nel 2025. Avvocata civilista fino al 2001, ha scelto poi la via del ministero diaconale, dirigendo il centro La Noce di Palermo e guidando l’Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia. In questi ruoli ha intrecciato esperienza giuridica e vocazione pastorale. Con un’attenzione costante alla giustizia sociale e all’accoglienza.
Oggi porta nella Chiesa valdese e metodista uno stile di governo collegiale, con uno sguardo aperto all’ecumenismo e al dialogo civile.
Trotta. Lettera a Meloni per riconoscere lo Stato di Palestina
Quando entriamo nell’ufficio della moderatora, lei è intenta a scrivere la lettera destinata alla prima ministra Giorgia Meloni, a nome della Tavola Valdese. Per incoraggiare il Governo italiano a riconoscere lo Stato di Palestina. E per interrompere la fornitura di armi e ogni rapporto commerciale di sostegno ‘alla politica genocidaria dell’attuale Governo israeliano’. Così da supportare un rafforzamento di quelle azioni tese ad aprire corridoi umanitari sanitari a favore della parte più vulnerabile della popolazione di Gaza.
Striscia di Gaza al centro del Sinodo delle Chiese valdese e metodista
La drammatica situazione della striscia di Gaza è stata al centro dell’ordine del giorno del Sinodo delle Chiese valdese e metodista tenutosi a fine agosto a Torre Pellice. Ne è scaturito un dibattito sul concetto di pace giusta e sulle responsabilità delle religioni nel disinnescare i conflitti.

Sono solo parole queste? Cosa significa poi nel quotidiano questo impegno?
Il rischio c’è sempre. Proprio per questo non possono essere soltanto parole: altrimenti sarebbe preferibile tacere. Le religioni devono assumersi responsabilità dirette. Non limitarsi a chiedere che altri facciano qualcosa. È una questione di coerenza, di credibilità. Al Sinodo c’è stato un confronto ampio, sereno e partecipato. Abbiamo discusso dei tanti conflitti in corso. Ma in particolare di quello israelo-palestinese. Non era affatto scontato arrivare a una convergenza, e invece c’è stata. Allo stesso tempo abbiamo riflettuto sul rischio della progressiva militarizzazione della società. L’idea che la guerra e l’uso delle armi diventino normalità, persino nella formazione delle nuove generazioni.
Sinodo valdese. Contro la militarizzazione e le ideologie suprematiste
Quali decisioni sono state prese?
Abbiamo approvato tre ordini del giorno: uno contro la militarizzazione e due sul conflitto israelo-palestinese. In essi abbiamo denunciato con chiarezza il pericolo delle ideologie suprematiste e nazionaliste. Che spesso si richiamano alla Bibbia, anche in versioni di ‘suprematismo cristiano’. È un uso strumentale e distorto della Scrittura. Che contraddice il Vangelo di Gesù Cristo.
Abbiamo inoltre riaffermato l’impegno nei dialoghi interreligiosi – ebraico-cristiano e cristiano-islamico – come strumenti fondamentali di pace. Ma un dialogo autentico, che non abbia paura di ascoltare anche le voci scomode. Infine, abbiamo espresso sostegno a chi, pur avendo vissuto il dolore della guerra, continua a credere nella riconciliazione. Penso al progetto ‘Fermiamo l’odio, supportiamo i costruttori di pace’, che mette insieme israeliani e palestinesi.
Dalla Tavola valdese pressione pacifica e legittima per riconoscere lo Stato di Palestina
E sul piano politico?
Il Sinodo ha dato mandato alla Tavola Valdese di chiedere al Governo italiano tre cose molto concrete: il riconoscimento dello Stato palestinese, lo stop alla fornitura di armi, la sospensione delle collaborazioni politiche e commerciali con Israele finché proseguiranno politiche di occupazione e violazioni dei diritti umani. Sono scelte di pressione pacifica e legittima, non atti violenti. C’è poi il tema dei corridoi umanitari. Dal 2016, insieme a Sant’Egidio, alla CEI e ad altri partner, abbiamo dimostrato che è possibile offrire vie legali e sicure a chi fugge da guerre e persecuzioni. Il Sinodo ci ha chiesto di rilanciare questa esperienza, destinando anche fondi dell’8×1000. Significa salvare vite, soprattutto di bambini.
Trotta. Coltivare il desiderio di vivere la fede e la riconciliazione nel quotidiano
Guardando avanti, quale Chiesa immagina tra dieci o vent’anni?
Siamo consapevoli delle difficoltà comuni a tutte le Chiese storiche in Europa. La secolarizzazione, il calo numerico, le fratture generazionali. Ma non dobbiamo restare prigionieri della paura. Essere minoranza ci ha insegnato resilienza. In un mondo individualista, la dimensione comunitaria e quella istituzionale che rappresentiamo restano essenziali. Io credo che il punto più basso della crisi sia alle spalle. Vedo fermenti. Desiderio di sperimentare. Di uscire dai templi e vivere la fede nei luoghi quotidiani.
Trotta. Più servizi nelle aree interne. Luoghi di vita buona e legami solidali
Non mancano però le criticità…
Sì, soprattutto nelle aree interne. Che soffrono spopolamento e impoverimento. Proprio a questo abbiamo dedicato la serata pubblica del Sinodo. Coinvolgendo sindaci e rappresentanti dei piccoli Comuni. L’Italia è fatta di aree interne. Se togliamo servizi, avviamo un circolo vizioso che porta alla marginalizzazione. È una profezia che si auto-avvera. Noi pensiamo invece che possano essere luoghi di vita buona, se si investe in scuola, sanità, mobilità, connessioni. Anche le Chiese hanno qui una vocazione: tenere insieme, contrastare frammentazioni, costruire legami solidali.
Ai giovani dare speranza e accendere passioni positive
E i giovani?
La preoccupazione più grande è che molti non riescano più a guardare al futuro come speranza, ma come minaccia. È una ferita profonda. La Chiesa ha il compito di offrire un linguaggio di visione e di utopia, che accenda passioni positive e non solo rabbia o risentimento. La Scrittura ci consegna questo linguaggio.
Comunità inclusive e interculturali per le molte appartenenze della Chiesa
Per questo investiamo in comunità inclusive e interculturali. Che tengano insieme giovani di provenienze diverse ed evitino la frammentazione in gruppi etnici separati. Oggi la vita ecclesiale si muove a cerchi concentrici. C’è uno zoccolo duro. Il nucleo, composto da un numero di persone oggettivamente non elevatissimo. Che però tira per tutti. E poi ci sono molte appartenenze parziali, intermittenti, stagionali. Eppure, ogni cerchio fa parte della Chiesa. La sfida è trovare forme nuove per includere anche chi non si sente ‘parte ufficiale’. È un compito che considero decisivo per il futuro. Dico sempre senza giudizio: in che modo l’ultimo cerchio è Chiesa?
“Facciamo stare insieme i giovani”. L’invito di Trotta
Si tratta di trovare modi nuovi e creativi di essere chiesa e comunità?
Stiamo facendo di tutto per promuovere qualunque tipo di progetto che possa far stare insieme giovani. Che non è scontato che siano insieme. Abbiamo investito molto sull’idea di comunità pienamente inclusiva. Evitando che si creino i gruppi etnici che di fatto camminano in parallelo.
Attrezziamo le generazioni. Che sono quelle più in grado di affrontare la complessità della società moderna. Una complessità che è sempre più multi-culturalità. Lo dobbiamo fare in chiesa e quindi cerchiamo di farli stare insieme in un modo positivo. Facendo conoscere anche gli aspetti della vita della Chiesa che non conoscono.
Ascoltare per esserci. Ragazzi dalla Sicilia al Sinodo. La scuola domenicale
Abbiamo cominciato l’anno scorso, per esempio, con un progetto che abbiamo chiamato Ape, ascoltare per esserci. Un summer tour, che ha portato i ragazzi dalla Sicilia in Calabria e poi al Sinodo.
Quest’anno partirà anche il catechismo online. Non è in alternativa a quello in presenza. Piuttosto una possibilità per famiglie che vivono disperse. E che non potrebbero diversamente partecipare.
Poi c’è la scuola domenicale per bambini dai 6 ai 12 anni. L’abbiamo sperimentata per due anni ed è stato un esercizio molto unificante. Si sono create comunità molto belle. Non solo i bambini hanno trovato uno spazio significativo, ma anche i genitori si sono coinvolti. La partecipazione alla giornata non significa tanto un “timbrino” da prendere. Ma una domenica al mese in cui la famiglia si inserisce nella comunità e ci dedica tempo.
Il problema delle generazioni assenti e la costante attenzione alle donne
Nella Chiesa cattolica mancano le generazioni dai 30 ai 45 anni. Accade anche nella Chiesa valdo metodista?
È una generazione assente non solo dalla Chiesa, ma anche dalla scena politica e sociale. È una generazione che ha creduto nell’individuo autosufficiente, ma ne porta il peso. Più solitudine, più infelicità. Le relazioni sono faticose. Ma senza relazioni si diventa più fragili.
Parliamo delle donne nella Chiesa
Sono cresciuta in una Chiesa dove già c’erano donne pastore. La prima è stata consacrata nel 1967. Non siamo una realtà perfetta, ma non mi sembra che il mancato riconoscimento delle donne sia uno dei nostri problemi principali. Le donne sono presenti negli organismi decisionali in maniera naturale. Non abbiamo mai avuto quote formalizzate. Ma c’è sempre stata un’attenzione a garantire la rappresentanza.
Nella società però vedo un forte protagonismo femminile, più che maschile. Perché i maschi oggi vivono crisi profonde. Ma noto anche un rischio. Tra le giovani donne c’è una rivendicazione del successo legata al corpo. Che temo sia una regressione rispetto alle battaglie delle generazioni femministe precedenti.
Trotta. Sì all’ecumenismo estroverso del vescovo Olivero. Di servizio alla società
Il vescovo di Pinerolo Derio Olivero, presidente della Commissione CEI per l’ecumenismo, dice che oggi c’è bisogno di un ecumenismo estroverso. Cosa ne pensa?
Mi ritrovo molto in quello che il vescovo Derio chiama ‘ecumenismo estroverso’: un ecumenismo che guarda fuori. Che si mette al servizio della società. E che difende accoglienza, solidarietà, pluralismo. Questo spesso comporta perdere consensi, ma fa parte della nostra fede. Però non basta il ‘fare insieme’. Non c’è mai un fare neutro. È importante anche un dialogo teologico autentico. Che comporta la disponibilità a cambiare ascoltando l’altro. Se non si contempla questa possibilità, non è vero dialogo.
Trotta a fine mandato. “Servirò in altro modo la Chiesa”
Finiamo con una domanda personale. Lei è al suo settimo e ultimo mandato come moderatora. Starà già pensando al ‘dopo’. Che cosa sostiene il suo servizio quotidiano e che cosa desidera per l’anno che si apre?
Mi sostengono due cose. La fede, che per me è visione e forza anche nei momenti difficili. E la collegialità della nostra Chiesa. I processi decisionali sono faticosi, ma quando si arriva a una sintesi si sbaglia di meno. Credo sia anche un modo femminile di intendere il potere. Non come dominio, ma come servizio e capacità di tenere insieme.
Il mio desiderio è vedere qualche frutto del lavoro fatto. Pur sapendo che molto continuerà grazie ad altri. Questo passaggio di testimone mi rassicura. Si inizia e si consegna, senza personalismi. Come diacona, so che, terminato questo incarico, servirò la Chiesa in un altro modo. Ancora da definire. È un punto interrogativo che vivo con serenità. Ogni esperienza si porta con sé e diventa occasione di rinnovamento.
