Oggi sono stato alla festa del rifugio Seytes, in Val Troncea. Ho percorso la strada sterrata che si inoltra in questa bellissima valle che è parco naturale. Ho camminato sul breve sentiero che attraversa il bosco. Il cielo era nuvoloso. Il clima fresco. Si sentiva sulla pelle l’arrivo dell’autunno.

Abbiamo celebrato la messa accanto al rifugio, su un meraviglioso balcone naturale.
Seytes. Punto d’incontro per famiglie e giovani
Davanti a noi la Rognosa, l’Appenna, il Barifreddo. C’era tanta gente, molte famiglie con bambini, molti giovani. Il rifugio è stato costruito dall’associazione Operazione Mato Grosso, che opera in favore dei poveri in Brasile.

In questi tre anni oltre mille giovani hanno portato a spalle il materiale, lungo il sentiero, decisamente in salita. E molti adulti hanno contribuito con offerte, collaborazioni, donazioni. Ora il lavoro è quasi ultimato. Anche l’accoglienza di oggi, e la polenta con salciccia, è stata preparata dai giovani. Purtroppo, non sono riuscito a fermarmi a pranzo, ma il profumo era invitante.
Seytes è il simbolo della passione per la vita
Ho respirato entusiasmo e dedizione. Ho respirato speranza. I giovani hanno portato la loro testimonianza. Hanno parlato di silenzio, fatica, bellezza, gratuità. Seytes dovrà diventare un luogo dove trovare silenzio. Entrare nell’ascolto di sé e della natura. Sarà un luogo di fatica. La fatica del servizio concreto, reale. E un luogo bello, dove riprendere la passione per la vita e per la gratuità nell’aiuto dei poveri. In tanti, negli anni, hanno portato avanti questo sogno, ed ora ecco sorgere un nuovo rifugio.
Contro la follia della guerra bisogna costruire
Il giornale che ho letto questa mattina raccontava soprattutto di guerra. Ucraina, Polonia, Gaza, Doha… Vari leader politici parlano di riarmo, di strategie militari, di colpe, di sicurezza. Il momento è decisamente critico. La pazzia violenta sembra esplodere senza pudore. Ci stiamo quasi abituando. E, purtroppo, ci stiamo chiudendo, sentendoci impotenti. I giovani che hanno portato a spalle mattoni e cemento sono lì, davanti a me, a sussurrarmi: questa è la strada. Non armarsi, ma costruire. Non combattersi, ma donarsi.
Solo sognando un futuro migliore si costruisce la pace
Dobbiamo imparare a sporgerci oltre il dovuto, perché qualcosa di bello accada. Imparare a sporgerci oltre i diritti individuali, perché qualcosa di bello fiorisca per altri. Faticare non per conquistare, ma per generare. Un giovane ha detto: “Ho dedicato un mese a lavorare a Seytes. Se mi avessero pagato non l’avrei fatto”. Molti potrebbero pensare che questa è pazzia. Potrebbero dire: “Chi te l’ha fatto fare?”. Quel giovane ha risposto: “Il sogno”. Soltanto se torneremo a sognare potremo credere alla pace.
Bisogna credere in un mondo diverso per costruirlo
Una società ripiegata sulle pretese e sulla realizzazione personale non crea pace. Al massimo funziona. Persone che non si sporgono oltre sé stesse per generare una comunità non creano pace. Al massimo generano gruppi che si proteggono, cercano sicurezza, si combattono. Per creare pace occorre sognare la comunità. E spendersi per costruirla. Nei nostri paesi, nelle nostre città, nelle nostre comunità. Con la certezza che si può. Si può realizzare un mondo diverso. Non possiamo permetterci di non sognarlo. Gli umani sono tali soltanto finché sognano una società migliore, per tutti. Altrimenti diventano ‘barbari’. Altrimenti diventano ‘bestiali’.
