Mio zio aveva una casa a pochi metri dalla ferrovia. Di tanto in tanto andavamo a trovarlo e ci fermavamo a mangiare con i nostri cugini. Ad ogni treno che passava facevamo un sussulto, quasi spaventati. Il treno pareva entrasse in casa. Loro restavano indifferenti. Erano abituati. A volte papà e mamma andavano a dormire da loro. A colazione l’esclamazione di rito era: “Ma come fate a dormire con un rumore simile?”. Invece i cugini erano freschi e riposati. Come se niente fosse. Perché l’abitudine permetteva loro di non sentire più quel fracasso fastidioso.
Il rombo delle guerre e le grida delle vittime

Oggi, attorno a noi, c’è un rumore ancora più assordante. È il rombo delle guerre: in Africa, in Ucraina e… soprattutto in terra d’Israele, in Palestina, nella Terra Santa. È il grido degli ostaggi in preda al terrore, da due anni. È il grido di un intero popolo calpestato, distrutto, massacrato.
Il rumore è iniziato nel febbraio del 2022 (invasione dell’Ucraina). Poi il terribile atto terroristico del 7 ottobre 2023. Poi la guerra a Gaza. Passa il tempo e rischiamo di abituarci. Sarebbe una colpa grave. Non ce lo possiamo permettere. Da umani non ce lo possiamo permettere.
Basta guerre. Due popoli possono convivere e costruire insieme
Dobbiamo alzare la voce è gridare: “Basta!”. Con tutta la voce, con tutti gli strumenti. Basta! In giro per l’Italia e per il mondo questo grido di protesta sta salendo in molte forme. Entriamo in questo urlo non violento! Uniamoci all’indignazione!

Così, forse, ritorneremo a sentire un altro rumore fastidioso. Meno intenso, ma velenoso. Un rumore che da tempo risuona in Occidente. Là due popoli non riescono a stare sulla stessa terra. Qui serpeggia una cultura simile. Fatichiamo a stare insieme, come comunità. Fatichiamo a costruire insieme.
La solitudine è la negazione della vita. La relazione dà senso all’esistenza
Ogni individuo si pensa al centro e mal sopporta la società. La considera un peso, un freno, un inutile fardello. Svegliamoci da questa pazzia! Ricordiamo l’inizio. Un uomo era proprietario del mondo intero. Tutto era suo. Per alcuni giorni o mesi girò soddisfatto ad ammirare i propri possedimenti. Poi si ritrovò solo. Triste e solo. Al punto di dire: “Non posso vivere così!”.
Dio creò un altro essere umano, creò la donna. Quell’uomo scoprì la relazione. E solo allora capì che poteva finalmente vivere. Senza l’altro, senza gli altri, si muore. Ripartiamo da questa verità che ci costituisce. Siamo fatti così.
Contro le logiche di guerra, bisogna tornare alla politica. Ad abitare la comunità
La relazione non è facile, ma è vitale. Tu dirai: “Che possiamo fare?”. Innanzitutto, torniamo ad abitare la politica. L’abbiamo abbandonata. Vedi il calo di affluenza alle urne. Dobbiamo tornare a parlare di politica, a confrontarci sui temi. Tornare a votare non di pancia. Ma illuminati. Inoltre, dobbiamo tornare ad abitare la comunità. A vivere non solo pensando a noi stessi, ma in riferimento al bene di tutti.
Ripristinare la cultura del servizio per riscoprire i valori delle società in pace
Infine, dobbiamo tornare ad abitare la cultura. Tornare a questionarci su tanti modi di pensare. Per esempio, il modo di trattare il creato o il modo di considerare il futuro. Soprattutto dobbiamo tornare ad occuparci della ricerca spirituale. Non è tempo perso. La cura dell’interiorità ci abilita ad essere persone che sperano. Che intravedono con entusiasmo un senso. E che scoprono la vera identità: “Sei qualcuno soltanto se sei per qualcuno”. Ecco alcune strade per riscoprire il valore della comunità. Per vincere la tentazione delle divisioni. Per generare una società in pace.
(Foto generiche dall’archivio di Intelligenza artificiale di Free Pik)
